martedì 16 maggio 2017

Eritrea. Gli atleti che antepongono la denuncia contro il regime al successo



di Emilio Drudi



E’ tra i protagonisti del centesimo Giro d’Italia. Si chiama Daniel Teklehaimanot, viene dall’Eritrea e corre per la squadra sudafricana di Dimension Data. Anzi, ne è il leader. E’ esploso fin dalle primissime tappe, conquistando subito la maglia azzurra della classifica per gli scalatori. Non è stato un exploit occasionale. Tutte le tappe disputate ne hanno confermato la forza atletica e le capacità tecniche: è ancora tra i primissimi, al terzo posto, per la maglia azzurra e al sesto per la maglia ciclamino della speciale classifica a punti che esalta i ciclisti con il migliore spirito agonistico. I cronisti specializzati, elencando i successi che ha collezionato in passato al Tour de France o in varie corse nel continente nero, come il Tour del Rwanda o quello del Gabon, ne descrivono il carattere combattivo con immagini fantasiose ma efficaci, come “professione fuggitivo” o “il diamante grezzo di una nuova frontiera del ciclismo”. In sintesi, “il miglior esponente del ciclismo africano”. Non per niente ha fatto parte della nazionale eritrea nel 2011, nel 2013 e nel 2016.

Sulla scia di quanto sta facendo al Giro, è probabile che venga convocato per la nazionale anche quest’anno: è una “perla” che difficilmente il regime di Asmara si lascerà sfuggire, impegnato com’è da tempo a presentare un volto rassicurante e vincente del Paese. Non ci sarebbe da stupirsene: la storia è piena di dittatori che hanno sfruttato lo sport per costruirsi un’immagine vincente e accattivante. Ci sono però campioni dello sport che raccontano una vicenda diversa dell’Eritrea. Una vicenda dolorosa, fatta di sofferenza, persecuzione, galera, esilio. E’ il caso di sette tra i migliori quattordici ciclisti eritrei, tutti potenziali candidati alla maglia nazionale, fuggiti in Etiopia il 19 ottobre del 2015. Non sono una novità le fughe in Etiopia o in Sudan dall’Eritrea. Anche di personaggi in vista, insieme a migliaia di giovani, donne e uomini, che ogni anno cercano di sottrarsi alla dittatura. Ma quella dei sette ciclisti dell’ottobre 2015 ha destato uno scalpore e un interesse particolari, sia per la popolarità dei protagonisti, sia per il modo rocambolesco con cui è stata portata a termine. Stando alle informazioni diffuse dalla diaspora e riprese da diversi giornali africani, infatti, i sette sono scappati proprio in bicicletta, tutti insieme: hanno finto un lungo giro di allenamento nella zona vicina al confine con la regione etiopica del Tigrai e, sfidando le fucilate della polizia, hanno passato la frontiera pedalando in gruppo, come in una corsa. Asmara ne ha subito preteso il rimpatrio, ma Addis Abeba ha rispettato la loro volontà, accogliendoli come richiedenti asilo, in considerazione del fatto che, una volta costretti a “rientrare”, avrebbero rischiato di sparire in qualche carcere militare, come è accaduto a centinaia di oppositori al regime. Ora vivono da esuli in Etiopia.

C’era un motivo in più perché la dittatura di Asmara ce l’avesse in maniera particolare con quei sette ciclisti in quell’ottobre del 2015. Appena quattro giorni prima della loro fuga, il 15, anche la squadra nazionale di calcio si era quasi interamente dileguata. A offrire l’occasione per quest’altra defezione in massa era stata la partita di qualificazione per il campionati mondiali disputata in Botswana. Ben dieci giocatori, al termine dell’incontro, si sono rifiutati di rientrare in Eritrea, eludendo la sorveglianza degli accompagnatori, abbandonando l’albergo dove erano alloggiati e chiedendo asilo politico alle autorità locali. Immediate le pressioni di Asmara, ma anche stavolta gli atleti hanno tenuto duro, insistendo con forza sulla loro domanda d’asilo e il Governo di Goborone ha dovuto prenderne atto. In questo caso, però, la questione non si è ancora risolta. L’Eritrea torna a sollecitare periodicamente l’espulsione di quei ragazzi e le istituzioni del Botswana non hanno preso una decisione definitiva sulla loro posizione. Finora si è andati avanti con dei permessi provvisori e il timore è che prima o poi, anziché ottenere l’asilo politico o comunque una forma di protezione internazionale, siano riconsegnati ad Asmara. L’ultimo appello lanciato concordemente da tutti e dieci risale a qualche mese fa: chiedono la certezza di poter restare in Botswana come rifugiati oppure la possibilità di raggiungere un altro Stato disposto ad accoglierli.

E’ una “battaglia” che conta diversi precedenti. Più volte, a partire dai primi anni duemila, team sportivi o singoli atleti si sono rifiutati di tornare in Eritrea dopo aver partecipato a competizioni all’estero. L’episodio forse più clamoroso risale al 2013, quando ben 15 giocatori e il medico ufficiale della nazionale di football sono rimasti in Uganda, ottenendo l’asilo politico. Allora vanno benissimo i complimenti e magari le iperboli sulle imprese sportive di Daniel Teklehaimanot. Forse però, parlando di questo grande ciclista, varrebbe la pena che i giornali ricordassero anche altri campioni dello sport eritreo, che hanno scelto una strada diversa. Molto più in salita. Per non assecondare, magari con i lustrini delle vittorie sportive, un regime che opprime il Paese da più di vent’anni e denunciarne invece il vero volto di violenza e di oppressione.


Tratto da: Buongiornolatina

lunedì 8 maggio 2017

Quanto vale la vita di un profugo ? che è una Persona!


Morire a vent’anni per un berrettino: sempre più violenza in Libia contro i profughi in partenza





di Emilio Drudi



Veniva dalla Sierra Leone. Si stava imbarcando da una spiaggia tra Sabratha e Zuwara quando un trafficante ha preteso di prendergli il berretto da baseball. Lui ci teneva a quel berretto: era “suo” e voleva arrivarci fino in Italia. Così si è rifiutato. Quello, allora, non ha esitato a tirare fuori una pistola e a sparare quasi a bruciapelo. E’ crollato a terra. Il fratello e altri profughi lo hanno portato a bordo del gommone in partenza. Poco dopo è morto. Aveva appena 20 anni.

I migranti possono morire anche così in Libia: per un cappellino colorato. Lo hanno raccontato i compagni di quel ragazzo ai soccorritori della Phoenix, la nave di Moas, la Ong maltese, che hanno intercettato il battello a qualche decina di miglia dalla costa africana e ovviamente hanno chiesto conto di quel corpo privo di vita, con una evidente ferita da arma da fuoco, trovato al momento del trasbordo. Il cadavere è stato sbarcato la mattina di sabato 6 maggio a Catania.

Questo omicidio assurdo è solo l’ultimo caso della escalation di violenza contro i migranti in partenza che negli ultimi mesi, grossomodo dall’inizio di marzo, si sta aggiungendo in Libia alle condizioni già terribili vissute nei centri di detenzione o durante il lungo percorso dal confine meridionale, in pieno Sahara, fino alla costa. C’è da chiedersi quali ne siano le ragioni. Diversi episodi sembrano indicare che sta cambiando qualcosa negli “equilibri” con cui negli ultimi anni è stato gestito il traffico di esseri umani. Forse si sta profilando una guerra tra clan e magari anche con quella parte della Guardia Costiera o dell’apparto di polizia che varie inchieste giornalistiche e gli stessi rapporti dell’Onu hanno indicato come collusa con le organizzazioni criminali. O, magari, questo crescendo di ferocia potrebbe essere legato alla necessità di “fare in fretta”, prima che si avvertano gli effetti del giro di vite che il governo di Fayez Serraj a Tripoli si è impegnato a imprimere al controllo dell’immigrazione, sulla scia degli accordi stipulati con l’Unione Europea e, in particolare, del memorandum firmato con l’Italia il 2 febbraio. E’ sintomatica, in ogni caso, la sequenza dei fatti



Sabratha, 5 marzo 2017. I cadaveri di 15 migranti uccisi a colpi di arma da fuoco vengono trovati sepolti a fior di terra in una fossa comune, in fondo a un terrapieno, nella macchia litoranea di Fanar, vicino alla spiaggia, alle porte di Sabratha. A giudicare dallo stato di conservazione dei corpi, la strage deve essere avvenuta almeno un paio di giorni prima, verso il 2 o il 3 di marzo. Forse si tratta di una esecuzione per rappresaglia o forse quei migranti sono rimasti uccisi nel corso di uno scontro tra bande rivali. La notizia viene confermata da un rapporto della direzione locale dei Servizi di Sicurezza, precisando che le salme sono state dissepolte e trasferite per l’inumazione nel cimitero a sud della città, dove vengono seppelliti generalmente i corpi dei migranti recuperati in mare o gettati dalla corrente sulla spiaggia e rimasti senza  un nome. Nessun elemento per risalire all’identità e al paese d’origine delle vittime: si sa solo che dovevano essere profughi subsahariani.



Sabratha, 7/8 marzo 2017. Sulle dune costiere alle porte della città sono scoperti i corpi di 22 migranti uccisi a raffiche di mitra. Secondo quanto riferiscono i media libici e le agenzie di stampa internazionali si tratta di una strage “per punizione” o rappresaglia. Quei 22 migranti facevano parte di un grosso gruppo che i trafficanti volevano costringere a imbarcarsi, probabilmente la notte tra il 4 e il 5 marzo, nonostante il mare fosse molto mosso e, di conseguenza, più che evidente la quasi certezza di affondare dopo poche miglia di navigazione. Di fronte al rifiuto di obbedire all’ordine di salire a bordo, i trafficanti avrebbero aperto il fuoco contro i più riottosi, uccidendone 22 e probabilmente ferendone parecchi altri. Si ignora la sorte dei superstiti: è probabile che siano rimasti in balia dei miliziani del clan.



Bani Walid, 9/10 marzo 2017. Dopo la scoperta delle due stragi di Sabratha, la sede Oim in Libia pubblica un rapporto nel quale si afferma che dalla fine di dicembre sono stati trovati, in diverse circostanze, almeno 100 cadaveri di profughi nella zona di Bani Walid snodo delle piste e delle strade che arrivano da Sabha e che da qui si diramano verso la costa, puntando su Misurata, distante circa 130 chilometri in direzione nord-est o su Tripoli, 150 chilometri in direzione nord-ovest. Molti dei corpi erano ai margini delle piste o delle strade in pieno deserto: l’ipotesi più accreditata è che siano i resti di migranti abbandonati a morire dopo essere caduti accidentalmente dai camion o dai pick-up che li portavano verso la costa. Altri presentano ferite mortali da arma da fuoco o segni di torture e maltrattamenti.



Zuwara, 19/20 marzo 2017. Due gommoni carichi di migranti vengono assaltati durante la navigazione da un gruppo di uomini armati giunti su un motoscafo veloce. Sotto la minaccia dei mitra spianati i due natanti sono costretti a fermarsi: alcuni degli assalitori li abbordano e si impadroniscono dei motori fuoribordo. I due battelli, ormai ingovernabili, vengono abbandonati alla deriva e restano in balia del mare per oltre un giorno. Quando una motovedetta della Guardia Costiera li intercetta, tre donne sono ormai morte e tre giovani che avevano tentato di raggiungere la riva a nuoto risultano dispersi.



Al largo tra Sabratha e Zuwara, fine marzo. Alcuni migranti soccorsi dalla nave Aquarius a una ventina di miglia dalla costa libica, fuori delle acque territoriali, raccontano a personale di Medici Senza Frontiere che il loro gommone, partito la notte prima, era stato scortato per alcune miglia da un battello dei trafficanti che avevano poi invertito la corsa prima di uscire dalle acque territoriali ma dopo aver indicato la rotta da seguire o comunque la direzione di massima da prendere. Non risulta che la scorta fosse armata o comunque i profughi che ne hanno parlato dicono di non aver visto armi di nessun tipo.



Zuwara, 6 aprile 2017. Una motovedetta della Guardia Costiera libica sorprende un battello veloce con diversi uomini armati che sta scortando un gommone carico di oltre 120 migranti. Essendo stato ignorato l’ordine di fermarsi, il guardacoste apre il fuoco. Si accende un breve ma cruento scontro nel quale quattro trafficanti restano uccisi. Altri due sono catturati e tratti in arresto. Nessun ferito tra il personale della Guardia Costiera né tra i profughi a bordo del gommone, che vengono fermati e riportati in Libia.



Zuwara, 7/15 aprile 2017. Al conflitto a fuoco in mare tra la motovedetta libica e il battello dei trafficanti fanno seguito 7/8 giorni di scontri armati: prima tra la Guardia Costiera e una o più bande di trafficanti (con almeno un  morto tra gli “scafisti”) e poi, a quanto pare, tra due bande rivali. La notizie viene riferita da un rappresentante di Medici Senza Frontiere sulla base di fonti locali e di informazioni riportate dalla stampa libica in arabo.



Italia, 24 aprile 2017. Un servizio giornalistico pubblicato da La Stampa riferisce la testimonianza di alcuni migranti che raccontano come il loro gommone, dopo la partenza dalla costa libica, sia stato scortato per un certo tratto, entro il limite delle acque territoriali, da alcuni trafficanti su moto d’acqua. Anche in questo caso – come nell’episodio riferito a Medici Senza frontiere a fine marzo – prima di tornare indietro i trafficanti hanno indicato al profugo che aveva accettato di mettersi al timone quale direzione seguire in linea di massima. A bordo del gommone, dunque, non ci sarebbero stati scafisti collegati al clan dei trafficanti. Il racconto è confermato dalle immagini di un breve filmato fatto con un cellulare nelle quali si vede chiaramente almeno una moto d’acqua che naviga in coppia con il gommone dal quale venivano fatte le riprese. Non si capisce se i trafficanti di scorta fossero armati.



Da tutto questo emergono due evidenze. La prima è che i trafficanti non tollerano ormai nemmeno il minimo cenno di resistenza, pronti a fare fuoco per uccidere anche per un niente. Perfino per un berrettino: figurarsi per un rifiuto di imbarcarsi o per una qualsiasi protesta. Secondo punto: i trafficanti o quanto meno alcune bande hanno deciso di scortare sino al limite delle acque territoriali i gommoni che fanno partire: con altri battelli più veloci o con moto d’acqua, che si muovono ancora più agilmente e rapidamente e sono più difficili da individuare. Sui motivi si possono avanzare due ipotesi: la necessità di proteggere le proprie “spedizioni” da eventuali assalti di altre bande o dai controlli della Guardia Costiera, che rimanda in Libia tutti i battelli intercettati; la necessità o la volontà di “risparmiare” scafisti alle dirette dipendenze dei clan, destinati ad essere quasi certamente individuati ed arrestati al momento dell’arrivo in Italia e dunque sempre più difficili da trovare. Ovviamente le due ipotesi non si escludono: anzi, potrebbero integrarsi come aspetti dello stesso problema. Certo è che in questi giorni, secondo gli ultimi rapporti dell’Oim, ci sono in Libia oltre 300 mila profughi: a tanti è stata prospettata la possibilità di essere rimpatriati nel proprio paese ma la maggioranza, tutti quelli che sono fuggiti da situazioni di crisi estreme, sono in attesa di imbarcarsi. Molti altri, intanto, premono alla frontiera meridionale, bloccati dalla polizia in Sudan e in Niger.

E’ una fuga per la vita che non si può fermare con i “muri” e che è diventata un business da miliardi di euro su cui in tanti hanno messo le mani ed ora non vogliono mollarlo. L’unica via per uscirne è istituire canali di immigrazione legali: solo così si potranno avere “flussi gestiti” e si potranno sconfiggere i clan di trafficanti. L’Unhcr, la Caritas, tutte le Ong lo dicono da anni. La Chiesa Valdese e la Comunità di Sant’Egidio hanno anche organizzato canali umanitari, portando in Italia alcune centinaia di profughi dal Libano. Per dimostrare che è una strada percorribile e sicura. Ma l’Unione Europea a Bruxelles, Roma e tutte le altre cancellerie europee, barricate dietro la loro “politica dei muri”, si ostinano o non voler sentire. E a non voler capire.









Tratto da Tempi Moderni

lunedì 24 aprile 2017

Navi di soccorso Ong: quasi un clima da caccia alle streghe

 

di Emilio Drudi



Continua a montare l’escalation di illazioni e accuse di “collusione” con i trafficanti di uomini rivolte ormai da mesi contro le Ong impegnate nelle operazioni di soccorso alle barche dei migranti nel Canale di Sicilia. Il primo passo è stato un rapporto dell’agenzia Frontex, presentato sul finire del 2016, secondo il quale gli interventi in mare favorirebbero, sia pure involontariamente, gli scafisti. Poi, rafforzate da una inchiesta della Procura di Catania, si sono via via aggiunte numerose “voci” della politica: dei partiti di destra (a cominciare dalla Lega) e poi dei 5 Stelle ma, a quanto ha scritto il 20 aprile La Stampa, anche di esponenti vicini al Governo o del Governo stesso, tanto da arrivare a una indagine conoscitiva affidata alla Commissione parlamentare Difesa che, guidata dal senatore Nicola La Torre, sta convocando tutte le Ong più impegnate nel Mediterraneo. Interrogati da questa stessa Commissione, sia il generale Stefano Screpanti, capo del terzo Reparto Operazioni della Finanza, che l’ammiraglio Enrico Credendino, comandante della missione europea Eunavformed, hanno dichiarato che, a loro sapere, non risultano collegamenti di alcun tipo fra le Ong e le organizzazioni che gestiscono il traffico di migranti. Ma neanche questo è bastato: le Ong restano sotto tiro. Le loro navi – si afferma – sarebbero come minimo un fattore di attrazione per gli scafisti, tanto da porre la necessità di “fare chiarezza” su tutti i programmi di salvataggio in mare.

Sono cinque, in sostanza, gli “elementi di accusa” addotti per puntare il dito contro i soccorsi organizzati dalle Ong: la partenza in massa dalla Libia nel week end di Pasqua, che sarebbe il risultato di una “regia ben orchestrata”, anche con l’intento di screditare il ruolo di Fayez Serraj, il presidente del Governo di Tripoli che si è impegnato con l’Italia a combattere gli scafisti; la conoscenza preventiva delle rotte seguite dai battelli carichi di migranti; le fonti di finanziamento per coprire le ingenti spese di gestione delle navi usate per la ricerca e il soccorso; il fatto che l’attività delle Ong a poche miglia dalla Libia favorirebbe comunque i clan di trafficanti. E’ il caso di esaminare una per una queste contestazioni.

– Partenza in massa. Nei tre giorni del week-end di Pasqua sono arrivati quasi 8.500 richiedenti asilo. Sono tanti, ma non è la prima volta. Al contrario. E’ solo l’ultimo di una lunga serie di sbarchi in massa dalla Libia. Sono anni, cioè, che i flussi si muovono a fasi alterne: a periodi in cui si riducono quasi a zero ne fanno riscontro altri in cui invece sono migliaia in pochi giorni, spesso addirittura in poche ore, i profughi imbarcati. Tra il 2 e il 4 ottobre 2014, ad esempio, ne sono arrivati 3.100; nel 2015, nella sola giornata del 22 giugno, 2.518 e una settimana dopo, sempre in un solo giorno, il 29 giugno, ne sono stati recuperati 2.900, con 21 operazioni condotte dalla Guardia Costiera; circa 3.000 tra il 21 e il 22 agosto, su 6 barconi e 16 gommoni; 4.600 in tre giorni, dal 4 al 6 dicembre; 2.709 dal 23 al 26 dicembre. Più significativi ancora gli esempi del 2016: circa 5.000 il 23 giugno; addirittura 13.000 in quattro giorni, tra il 27 e il 30 agosto ma, in proporzione al periodo di tempo, ancora di più nelle 48 ore del 4 e 5 ottobre, con 11 mila sbarchi. A determinare queste fasi alterne sono diversi fattori: le condizioni meteo favorevoli; l’affollamento in Libia dei centri di detenzione o comunque dei “ricoveri” gestiti dai trafficanti e la necessità di “fare spazio” ad altri arrivi dal sud; il timore o anche solo la sensazione che stiano per essere attuati interventi per contrastare le partenze. E nella settimana di Pasqua si sono verificate esattamente queste tre condizioni: mare favorevole; ressa di rifugiati in attesa di partire: secondo l’Oim, non meno di 300 mila; accordi Italia-Libia per un “giro di vite” sui flussi, ampiamente pubblicizzati da Roma, anche con l’annuncio, per i controlli in mare, della ormai prossima “fornitura” dei primi due nuovi pattugliatori alla Guardia Costiera di Tripoli, poi consegnati effettivamente il 21 aprile. Chiunque si sia minimamente occupato del “problema profughi” non può non conoscere questi precedenti, queste “cifre” e questi fattori: non tenerne conto significa non dare o, peggio, non voler dare un quadro esatto della situazione.

– Manovra per screditare Fayez Serraj. In realtà, agli occhi della maggioranza dei libici, Serraj e il suo governo sono già screditati e privi di seguito per il modo stesso con cui si sono insediati al potere. A torto o a ragione, Serraj, in sostanza, è percepito come un Quisling imposto e al servizio delle cancellerie occidentali. Il Parlamento di Tobruk non gli ha mai votato la fiducia e lo considera di fatto un premier illegittimo; per Khalifa Ghwell e l’ex governo islamico sarebbe un impostore che rischia di favorire il ritorno del colonialismo in Libia e un’operazione colonialista sarebbe anche il nulla osta alla presenza dei parà della Folgore inviati a proteggere l’ospedale militare aperto dall’Italia a Misurata; sia Tobruk che Ghwell lo hanno diffidato a consentire l’accesso nelle acque territoriali di navi da guerra straniere, minacciando di reagire con le armi; la Corte di Tripoli ha dichiarato nullo il memorandum per il controllo dell’immigrazione sottoscritto con l’Italia proprio perché, non avendo mai ottenuto la fiducia del Parlamento di Tobruk, non gli si riconosce il potere di firmare trattati internazionali di alcun tipo; sono stati rigettati dall’Assemblea dei Tebu persino gli accordi del Viminale con le tribù del Fezzan che dovrebbero completare l’attuazione del memorandum di Roma.

– La conoscenza delle rotte. Le rotte percorse dalla Libia verso l’Italia dai barconi o dai gommoni dei migranti sono ben note da sempre. A tutti. Il perché è semplice. Le partenze avvengono su un arco di costa di circa cento chilometri che va da Tajoura, un’oasi litoranea 9 chilometri a est di Tripoli, fino a Zuwara, un importante porto a poco più di 90 chilometri a ovest, passando per Zawiyah e Sabratha. Solo eccezionalmente l’arco si allunga fino a Garabouli, 50 chilometri circa a est di Tripoli. E’ chiaro allora che le rotte sono sempre le stesse. Basta pattugliare questo tratto di litorale e i battelli dei migranti verranno prima o poi intercettati, come se percorressero un’autostrada. Per molti versi è in buona parte il sistema seguito per un anno intero, dal novembre 2013 al novembre 2014, dalle navi dell’operazione Mare Nostrum: le unità delle Ong non fanno altro che replicarlo, attestandosi a una ventina di miglia dalla costa libica.

– Spese e finanziamenti. Tutte le Ong hanno dichiarato “trasparenti” i propri bilanci e si sono dette pronte a metterli a disposizione per eventuali controlli, sottolineando come non ci sia nulla di illegale e come la stragrande maggioranza delle spese sostenute venga coperta da donazioni. La sola Sos Mediterranee, ad esempio, ha specificato che ben 13.800 donatori “ripongono la loro fiducia” nella sua attività, finanziandone le spese fino al 99 per cento. In una riunione congiunta tenuta a Bruxelles il 31 marzo, anzi, le Ong presenti (Sea Watch, Poem Aid, Proactiva Open Arms, Sos Mediterranee, Helenie Rescue Team, Jugend Rettet, Humanitarian Pilots Iniztiative, Sm Humanitario, United Rescue Aid), non solo hanno ribadito la correttezza della propria azione ma si sono dette pronte “a un dialogo aperto con tutte le istituzioni europee”, chiedendo di porre fine “a ogni accusa di comportamenti illegali da parte delle Ong, a meno che non siano sostanziate dalla presentazione di prove”. Per certi versi, una vera e propria sfida.

– Favoreggiamento per i trafficanti. Le Ong sono estremamente decise su questo punto: non solo – affermano – non c’è alcun tipo di collegamento ma neanche alcuna forma di favoreggiamento, magari indiretto. La presenza delle navi di soccorso nel Mediterraneo – spiegano – mira a salvare vite umane in una situazione estrema creata dal rifiuto dell’Unione Europea e delle singole cancellerie occidentali di istituire canali legali di immigrazione. I profughi fuggono da guerre, terrorismo, carestia, mancanza assoluta di prospettive per il futuro e continueranno a fuggire nonostante i muri e gli ostacoli che si stanno costruendo, perché si lasciano alle spalle condizioni terribili, ritenute peggiori dei rischi che sanno di dover affrontare. Sono proprio questi muri, semmai, a favorire e ad alimentare l’attività criminale dei trafficanti, non dando alcuna via di scampo “regolare” ai richiedenti asilo. Il punto, allora, per le Ong, è proprio questo: abbattere quei muri è l’unico modo per combattere il traffico di uomini e salvare la vita a migliaia di persone “La ragione per cui esiste un sistema economico di traffico di migranti – ha detto ad esempio Jens Pagotto, di Medici Senza Frontiere, all’indomani del rapporto di Frontex – è legata anche al fatto che la Ue non offre nessuna alternativa legale e sicura ai rifugiati e ai migranti che cercano protezione in Europa. Affrontare questo aspetto sarebbe il miglior modo per evitare altre inutili morti in mare e per sradicare le reti dei trafficanti”.

Come dire: le Ong si sono mobilitate per far fronte alla realtà drammatica causata in buona parte dalla politica europea di “chiusura” sull’immigrazione. Ed è proprio questa “chiusura”, di fatto, l’elemento che più favorisce i clan criminali dei trafficanti. Ma quali saranno le conseguenze se, sotto la spinta del clima da caccia alle streghe che si è ormai creato, le Ong decideranno di ritirarsi? Le più immediate sono almeno due. La prima, la più grave ed evidente, è che aumenteranno le sofferenze e le vittime, esattamente come è avvenuto dopo la “chiusura” di Mare Nostrum, decisa nonostante gli avvertimenti giunti dall’Unhcr e da tutte le principali associazioni umanitarie che il “conto di morte” si sarebbe moltiplicato. La seconda è che, allontanando le Ong, si toglieranno di mezzo testimoni scomodi di quanto si sta verificando in mare e, di riflesso, anche in Libia e in Africa: testimoni che specie negli ultimi mesi hanno documentato gravissimi episodi di violenza di cui si è resa protagonista la Guardia Costiera libica. Quella Guardia Costiera alla quale l’Italia e l’Europa vogliono affidare il compito di “gendarme del Mediterraneo”.

Tutto questo è più che noto a Roma come a Bruxelles. C’è da chiedersi, allora, a chi giovi.



Tratto da: Diritti e Frontiere          

martedì 18 aprile 2017

Appello all’Italia e all’Unione Europea


Angenzia Habeshia

Appello all’Italia e all’Unione Europea

Profughi schiavi in Libia, soprusi e violenze in tutti gli Stati lungo le vie di fuga

Centinaia di rifugiati e migranti africani sono rapiti in Libia per chiederne un riscatto o per essere messi in vendita per il lavoro forzato o lo sfruttamento sessuale. Siamo di fronte a un autentico mercato degli schiavi. E’ quanto emerge dallo sconvolgente rapporto pubblicato in questi giorni a Ginevra dall’Organizzazione Internazionale per l’Immigrazione (Oim).

Accade soprattutto a Sabha, la città del Fezzan che è lo snodo delle principali vie di comunicazione che confluiscono in Libia dal sud, per poi diramarsi verso Tripoli e la costa. Le persone – ha precisato Othman Belbeisi, capo della missione Oim in Libia – sono “offerte” a un prezzo che varia tra i 200 e i 500 dollari per un periodo di 2/3 mesi nei quali restano in completa balia dei compratori. Come schiavi. Di più: Othman Balbeisi ha precisato che uomini e donne “sono venduti apertamente al mercato, come fossero una merce qualsiasi” e che questo giro d’affari dei trafficanti è in continua crescita.

I migranti vengono catturati lungo la strada verso il Mediterraneo da gruppi armati e da quel momento la loro sorte è segnata: gli uomini diventano schiavi per il lavoro coatto; le donne vengono stuprate, diventano schiave sessuali, vengono consegnate ai giri di prostituzione. Chi si rifiuta di pagare il riscatto per riavere la libertà o non si piega a questo girone di schiavitù, viene torturato e ucciso.

E’ un business che si profila come inesauribile: i migranti morti o liberati vengono sostituiti continuamente da altri catturati giorno per giorno. Prigioni improvvisate in garage, capannoni, casolari isolati, ecc. sono piene di questi disperati, sotto il controllo delle organizzazioni di trafficanti. Autentici lager dove le condizioni di trattamento sono disumane. Peggio, un tormento continuo: abusi, soprusi, torture, violenze, stupri scandiscono la vita di ogni giorno. Il cibo è scarsissimo, spesso viene negata persino l’acqua da bere

Il rapporto pubblicato a Ginevra dall’Oim fornisce un quadro terribile, basato su numerose testimonianze e accertamenti condotti sul posto. Una situazione orrenda, ma che conferma l’escalation di orrore già documentata in Libia dai numerosi rapporti che si sono succeduti in questi anni ad opera di numerose Ong e dello stesso Commissariato dell’Onu per i Rifugiati (Unhcr). Una situazione, cioè, almeno in parte già nota e alla quale l’Oim ha aggiunto altre pagine importanti, decisive.

Le autorità libiche non possono non conoscere questo stato di cose, ma finora non hanno adottato alcun provvedimento per cercare di fronteggiarlo e porvi rimedio. Nulla lo ha fatto, in particolare, il Governo di Tripoli guidato dal presidente Fayez Serraj, riconosciuto dalla comunità internazionale e che anche l’Italia considera l’unico interlocutore valido nel Paese, come dimostra la serie di accordi stipulati nel tempo, fino al memorandum firmato il 2 febbraio scorso a Roma, riconosciuto dalla Ue nel vertice di Malta del 3 febbraio e ribadito nell’incontro del 21 marzo, ancora a Roma. Nulla hanno fatto le forze di polizia che operano sul territorio, a cominciare dal comando di Sabha. Non hanno fatto nulla i capi delle tribù del Fezzan con i quali l’Italia ha ritenuto di sottoscrivere una intesa di collaborazione il 30 marzo scorso in un incontro generale al Viminale. Anzi, secondo ripetute denunce dell’Unhcr e delle Ong, risultano complici o comunque collusi con i clan di trafficanti/schiavisti anche numerosi esponenti dell’apparato statale e delle forze di sicurezza, a tutti i livelli.

La situazione in Libia è certamente la più grave, ma condizioni di estremo pericolo, di sopruso, sofferenze  inumane, violazione sistematica dei diritti si registrano, con una crescita esponenziale, anche in altri Stati di transito o di prima sosta dei migranti

– In Sudan il controllo dell’immigrazione è affidato alla Milizia di Intervento Rapido: si tratta dei cosiddetti “diavoli a cavallo”, i reparti speciali che hanno insanguinato la regione del Darfur per anni, provocando centinaia di migliaia di vittime, tanto da procurare al presidente Al Bashir l’accusa di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Queste milizie, secondo il loro stesso ultimo rapporto, solo negli ultimi mesi hanno arrestato oltre 1.500 profughi, quasi tutti eritrei e in gran parte minorenni, gettati in carcere in attesa di essere rimpatriati di forza, senza tenere conto che, riconsegnati alla dittatura da cui sono fuggiti, andranno incontro a una galera ancora peggiore.

– In Egitto le prigioni sono piene di profughi colpevoli solo di aver passato i confini senza documenti, con la prospettiva di restarci fino a che non pagheranno le spese di rientro coatto nel proprio paese. Rientro che per molti, a cominciare dagli eritrei, implica il rischio di persecuzioni e nei casi estremi della vita stessa. Non solo: al Cairo, Alessandria e in tutte le principali città sta crescendo un clima di ostilità diffusa, che spesso sfocia in episodi di vero e proprio razzismo, costringendo le comunità di migranti a vivere quasi in clandestinità, in pratica senza alcuna possibilità trovare un lavoro, cercarsi una casa, condurre un’esistenza normale.

– In Niger, dove pare si voglia creare il principale polo di concentramento e di smistamento dei migranti in Africa, le condizioni di sicurezza sono a dir poco precarie, come dimostrano i ripetuti attacchi condotti da gruppi di terroristi jihadisti sia legati a Boko Haram che ad Al Qaeda, con incursioni da oltreconfine che hanno investito città, villaggi e gli stessi campi profughi. Non solo: secondo molti osservatori, proprio il Sahel tra il Niger e il Mali sta diventando la principale base di “irradiazione” del terrorismo islamico in Africa..

A fronte di tutto questo l’agenzia Habeshia chiede di

– Esercitare pressioni sul Governo di Tripoli perché combatta ed elimini al più presto il mercato degli schiavi denunciato dall’Oim e, in caso perduri l’inerzia registrata finora, mettere in campo, sotto l’egida dell’Onu, una serie di provvedimenti e interventi che valgano a porre fine all’attuale situazione.

– Sospendere o meglio revocare il recente memorandum sull’immigrazione con la Libia, peraltro già bocciato e dichiarato nullo dalla Corte di Tripoli, perché rischia di peggiorare ulteriormente la già tremenda vicenda di profughi e migranti, bloccandoli in un paese dove il rispetto dei loro diritti è assolutamente aleatorio e dove la loro stessa vita è esposta ogni giorno a pericoli e sofferenze estremi.

– Sospendere o meglio revocare il patto concluso con le tribù del Fezzan, peraltro già rigettato e ritenuto non valido dai vertici più rappresentativi di alcuni dei clan più importanti e autorevoli. Alla luce di quanto sta accadendo, infatti, non è dato avere alcuna garanzia sul trattamento, la sicurezza, la sorte dei migranti eventualmente intercettati e bloccati da queste tribù. 

– Sospendere tutti i rimpatri forzati (che il recente decreto Minniti prevede  invece di moltiplicare) sia verso l’Asia e il Medio Oriente sia verso l’intera Africa, ma in particolare verso la Libia. La formula del “paese sicuro” che è alla base di questi rimpatri/espulsioni, infatti, è quanto meno aleatoria e approssimativa.

– Ripensare radicalmente la politica sull’immigrazione. Ovvero:

A) Sospendere o meglio annullare accordi come i Processi di Khartoum e di Rabat, i trattati di Malta del novembre 2015 e tutti i patti bilaterali che ne sono conseguiti per l’attuazione concreta, come, ad esempio, il patto di polizia firmato a Roma con il Sudan il 3 agosto 2016 o, appunto, il recente memorandum con la Libia. Lo stesso vale per l’accordo con la Turchia in vigore dal marzo 2016.

B) Istituire canali legali di immigrazione verso l’Europa, a cominciare da facilitare il ricongiungimento famigliare, rilascio di visti umanitari, e una serie di corridoi umanitari e attuare un concreto, efficace programma di reinsediamento

C) Impostare un sistema di accoglienza e di asilo unico e valido in tutta la Ue, superando di conseguenza l’attuale Regolamento Dublino 3

D) Abbandonare il progetto del Migration Compact che, secondo varie fonti di stampa, l’Italia intende rilanciare in occasione del G-7 di Taormina e fare invece proprio del G-7 l’occasione per una nuova politica globale sul problema enorme di rifugiati e migranti, abbandonando per sempre la logica dei muri e delle barriere e affrontando invece alla radice le cause dell’esodo di milioni di persone.

Appare necessaria, in questo senso, una strategia basata su tre punti:

– Prevenire: il divampare di guerre e conflitti, dittature, carestie e disastri ambientali ect ... 

– Proteggere: I profughi vanno protetti nei paesi di transito e di prima sosta, offrendoli condizione di sicurezza e una vita dignitosa. 
– Accogliere: chi si trova in una situazione di vulnerabilità a causa di guerre, dittature, persecuzioni, sconvolgimenti dovuti a carestie e calamità naturali, condizioni di diffusa ingiustizia sociale ed economica.

Habeshia chiede con forza che il G-7 adotti questa strategia.

Don Mussie Zerai

Presidente dell’Agenzia Habeshia


Roma, 17 aprile 2017    

venerdì 14 aprile 2017

Come funziona il blocco dei migranti in Africa voluto dall’Unione Europea


di Emilio Drudi

Respingimenti più rapidi e facili nei confronti dei migranti, grazie alla cancellazione di un grado di giudizio nelle “cause” sui ricorsi per le richieste di asilo negate e le espulsioni; quadruplicazione del numero dei Cie, portati da 4/5 a 18, uno per regione, per un totale di 1.800 posti; più fondi per attuare i rimpatri forzati. Con il via libera arrivato dalla Camera, dopo quello del Senato, il decreto Minniti è operativo: ci si avvia velocemente a quella moltiplicazione degli allontanamenti coatti dei cosiddetti “stranieri irregolari” annunciata quattro mesi fa, forti anche degli accordi raggiunti con una serie di Paesi disponibili a “riprenderli” in Africa, anche a prescindere dalla loro nazionalità.
E’ un ulteriore passo verso l’attuazione completa del Processo di Khartoum, l’accordo fortemente voluto dall’Italia e firmato a Roma il 28 novembre 2014 tra l’Unione Europea e dieci Governi del versante orientale dell’Africa, con l’obiettivo – rafforzato dai successivi trattati di Malta (novembre 2015), che prevedono anche i rimpatri forzati dalla Ue – di esternalizzare il più a sud possibile i confini della Fortezza Europa, dandone in gestione la sorveglianza agli Stati africani contraenti, in cambio di milioni di euro, mascherati da “contributi allo sviluppo”. Un ulteriore passo in avanti, cioè, verso la realizzazione di quella barriera dove saranno altri a fare il lavoro sporco di bloccare i profughi e i migranti al posto dell’Italia e dell’Europa, ignorandone la volontà, la libertà, i diritti, la sorte stessa che li aspetta. E senza preoccuparsi dei metodi usati per tenerli al di là di quel muro.
Già, i metodi e il rispetto dei diritti. Un primo esempio concreto degli effetti del Processo di Khartoum sulla sorte dei profughi è arrivato dal Sudan, uno degli Stati cardine dell’accordo, dove negli ultimi mesi almeno 1.500 eritrei sono stati bloccati e buttati in galera, in attesa di essere rimpatriati: riconsegnati, cioè, alla dittatura dalla quale sono fuggiti, senza considerare che ad Asmara li aspetta una galera ancora più dura, per espatrio clandestino o, peggio, come disertori, essendo quasi tutti in età di leva, in base al servizio militare a vita instaurato dal regime. Ed è solo l’inizio. Una dimostrazione più ampia di quello che accadrà quando il programma funzionerà “a pieno regime”, la dà, giorno per giorno, il Processo di Rabat, l’accordo raggiunto dall’Unione Europea con 28 Stati del versante occidentale dell’Africa e di cui il Processo di Khartoum è per molti versi una “filiazione”. Firmato nel 2006, dopo un periodo di “rodaggio”, il piano Rabat è ormai diventato una barriera efficacissima, come dimostra il numero di migranti che riescono a sbarcare in Spagna dal Marocco: l’anno scorso appena 9.000 contro i 181.400 arrivati in Italia e i quasi 182 mila della Grecia. Peccato che questo blocco – come denunciano da tempo numerose Ong – sia “costruito” sulla pelle e sui diritti di profughi e migranti, in una spirale di violenza, soprusi, torture, dove la polizia e le milizie incaricate di vigilare sui confini sembrano avere in pratica mano libera, senza che nessuno ne chieda conto.
L’ultimo dossier è stato pubblicato in questi giorni, proprio mentre il decreto Minniti veniva approvato. Ne è autore Alarm Phone e si basa, in sostanza, sul monitoraggio di episodi accaduti in Marocco e in Algeria dal mese di dicembre 2016 alla fine di marzo 2017. A scorrerne le pagine, ne emerge una escalation di repressione, retate, arresti, deportazioni di massa. E non mancano le vittime: vite spezzate di giovani colpevoli di aver inseguito un sogno di libertà.
Deportazioni di massa. I raid della polizia e le deportazioni si sono moltiplicati in particolare tra la fine di novembre 2016 e il mese di febbraio 2017. Solo a Ziralda, nella provincia di Algeri, sono stati arrestati più di 1.500 migranti. Numerosi altri arresti sono segnalati in Marocco. Chi incappa nelle retate non ha scampo: tra le persone che operatori di Alarm Phone sono riusciti a contattare dopo l’espulsione forzata dall’Algeria, ad esempio, alcuni avevano un regolare permesso di soggiorno. Parecchi sono minorenni e due di questi, anzi, erano ospiti di un centro di protezione. Ma non c’è stato nulla da fare: per tutti i fermati è scattata l’espulsione. Una evidente espulsione di massa, decisa ed effettuata a prescindere dai diritti dei profughi e dalle convenzioni internazionali, simile a quelle per cui alcuni paesi europei, Italia inclusa, sono stati sanzionati in passato. Ma in questo caso, appunto, formalmente l’Europa non c’entra: il “lavoro” sono stati altri a svolgerlo.
In Marocco un’ondata massiccia di arresti si è avuta tra il 19 e il 21 febbraio, dopo due tentativi di superare in gruppo le barriere di filo spinato che blindano la linea di confine dell’enclave spagnola di Ceuta. Secondo notizie giunte alla Ong da collaboratori di Tangeri, più di cento fermati, inclusi alcuni feriti, in meno di 48 ore, ma potrebbero essere anche di più. In ogni caso, i cento e passa segnalati da Tangeri si trovano ancora in carcere: processati per direttissima, sono stati condannati a pene variabili tra i 3 e i 6 mesi e trasferiti nella prigione di Tetouan. “Ma nel processo – contesta Alarm Phone nel suo dossier – non sono state garantite le procedure legali. Gli accusati non hanno avuto alcuna possibilità di difendersi. Alcuni non hanno potuto leggere né i verbali di arresto della polizia né altri documenti. Non si è provveduto a tradurre le carte dall’arabo nella lingua degli imputati. E’ inaccettabile il modo in cui si è arrivati alla condanna. Per di più i prigionieri hanno denunciato condizioni di detenzione discriminatorie, senza la possibilità di ricevere visite e di incontrare le organizzazioni umanitarie…”.
Luoghi e metodi di deportazione. Le deportazioni – contesta Alarm Phone – vengono effettuate “in condizioni disumane”, con violenze e soprusi. Molti migranti hanno anche lamentato che al momento del fermo si sono visti sequestrare dalla polizia tutti gli effetti personali (cellulari, denaro, bagagli), che nessuno, nella maggior parte dei casi, ha poi restituito. Non solo: una volta al di là del confine, tanti sono stati abbandonati senza che avessero “nemmeno il minimo necessario per sopravvivere, a cominciare dall’acqua e dal cibo”, poiché pure le piccole riserve alimentari che avevano sono state sequestrate al momento del fermo o della distruzione dei campi improvvisati nei quali, per lo più, i profughi sono stati sorpresi. Quanto ai luoghi di destinazione dei trasferimenti forzati, dall’Algeria “i migranti vengono deportati verso sud, nel Sahara, al confine con il Niger e il Mali”. E’ qui che sarebbero finiti quasi tutti i 1.500 arrestati a Ziralda. “In Marocco, invece – prosegue il rapporto – le deportazioni sono indirizzate verso il confine con l’Algeria, nella regione di Oujda (all’estremità orientale: ndr) oppure verso il Sud del Paese”. Molti di quelli fermati mentre tentavano di entrare nel territorio spagnolo di Ceuta, dopo essere stati provvisoriamente condotti a Tangeri o a Castellejo dalle milizie ausiliarie marocchine, sono stati trasferiti verso i centri di detenzione di Fes, Tiznit e Kenitra, nel centro o nel sud del paese, in attesa dell’espulsione. Sempre con metodi a dir poco bruschi. “Alcune persone contattate dopo le retate hanno raccontato le violenze che hanno dovuto subire. Violenze confermate dalle organizzazioni algerine per i diritti umani che si sono occupate del caso”, rileva Alarm Phone, che poi aggiunge: “Più di venti organizzazioni umanitarie nazionali e internazionali hanno denunciato pubblicamente questo tipo di operazioni”.
Alarm Phone ha seguito in particolare la vicenda di due gruppi di subsahariani: il primo di 47 e il secondo di 5 persone, raccogliendone le testimonianze. Entrambi i gruppi, condotti di forza al di là della frontiera del Marocco, hanno raccontato di essere rimasti abbandonati a se stessi, nella “terra di nessuno” tra il posto di confine algerino e quello marocchino, per una decina di giorni, senz’acqua e senza cibo. Sarebbero sopravvissuti, a quanto pare, soltanto grazie all’aiuto di alcuni volontari. Il loro racconto, specifica la Ong, è stato confermato da una serie di video e fotografie. Un trattamento inumano che non è stato risparmiato neppure a una donna disabile. Sono tante, del resto, le testimonianze drammatiche raccolte. Mouhamadou, 24 anni, originario della Costa d’Avorio, ha denunciato di essere stato picchiato e addirittura frustato, tanto da aver perso, per le violenze subite, l’uso parziale della mano sinistra. Esseline, una ragazza ventiseienne del Camerun, scacciata dalle guardie di frontiera algerine nonostante fosse in avanzato stato di gravidanza, dice di aver perso il bambino a causa delle sofferenze e delle fatiche patite. Cedric, appena sedicenne, anche lui proveniente dal Camerun, è stato costretto a rimanere prigioniero in una baracca militare per tre giorni, dopo che gli erano stati confiscati il bagaglio e tutti gli effetti personali.
Almeno 3 morti. Nel dossier vengono segnalati, infine, almeno tre morti, vittime della ormai totale militarizzazione del confine tra Marocco e Algeria. Lungo la linea di frontiera le autorità algerine hanno scavato una trincea larga 3 metri e profonda dai 3 ai 4 metri. Sul lato opposto il Marocco ha costruito un alto muro di recinzione, senza alcun varco. E’ qui – denuncia Alarm Phone – che tra il dicembre 2016 e il febbraio 2017 ci sono stati tre morti, oltre a diversi feriti, generalmente per fratture agli arti: persone precipitate in fondo a questa trincea anti-migranti. Più volte le guardie di frontiera sparano in aria per spaventare i profughi e costringerli ad allontanarsi dalla linea di confine. E’ presumibile, secondo la ricostruzione della Ong, che sia accaduto proprio questo: nella concitazione della fuga alcuni devono essere caduti nel grosso fossato mentre tentavano di saltarlo, rimanendo uccisi o feriti.
Al momento della firma del Processo di Khartoum, così come dei trattati di Malta o, appena due mesi fa, in occasione del memorandum con la Libia, il Governo italiano e l’Unione Europea si sono affrettati a dichiarare che gli Stati ai quali è affidata la vigilanza sui confini “esternalizzati” della Fortezza Europa, sono e saranno chiamati a garantire la sicurezza, trattamenti umani, condizioni di vita dignitose, il rispetto dei diritti dei migranti bloccati e respinti. “E’ un impegno assoluto, improrogabile”, hanno assicurato. Lo avevano detto anche al momento della firma del Processo di Rabat.
  

Tratto da: Diritti e Frontiere

giovedì 6 aprile 2017

Appello al Governo e al Parlamento Italiano




No ai migration compact e agli accordi conseguenti


L’Europarlamento ha condannato con una pesante risoluzione l’uso dei cosiddetti “migration compact”, gli accordi attraverso i quali, per bloccare i flussi migratori, l’Unione Europea e numerosi dei singoli Stati membri della Ue, a cominciare dall’Italia, esternalizzano il più a sud possibile i confini dell’Europa, dandone “in gestione” la vigilanza ai Governi africani o mediorientali contraenti, in cambio di finanziamenti descritti come aiuti o contributi allo sviluppo e alla cooperazione.

Nella risoluzione si chiede, in particolare, di instaurare “un regime di governance multilaterale” per le migrazioni, una più stretta cooperazione tra l’Unione Europea, gli organismi specializzati delle Nazioni Unite, le banche multilaterali di sviluppo e le organizzazioni regionali. E si sollecita, soprattutto, la creazione di una vera e propria politica comune europea in materia di migrazione, incentrata sui diritti umani e basata sul principio di solidarietà tra gli Stati membri.

Non solo: come prima “risposta” concreta, da attuare subito, il Parlamento Europeo vuole essere coinvolto nell’attuazione dei cosiddetti “migration compact” che l’Unione sta negoziando con vari Governi per frenare o bloccare  i flussi migratori, nella convinzione che questi accordi – di cui è stata condannata la “mancanza di trasparenza” – non devono servire per incentivare i Paesi terzi “a cooperare alla riammissione dei migranti irregolari o a dissuadere con la coercizione le persone a mettersi in viaggio oppure a fermare i flussi diretti in Europa”. Al contrario: lì dove se ne ravvisa la necessità o l’opportunità, gli aiuti vanno concessi dalla Ue senza porre alcuna condizione in materia di immigrazione.

Alla luce di questa risoluzione, sulla quale è totalmente d’accordo

l’Agenzia Habeshia

chiede al Governo e al Parlamento italiano di:

A – Revocare il recente accordo sottoscritto con il governo di Tripoli guidato da Fayez Serraj e il conseguente patto con circa 60 tribù del sud della Libia, rivolti appunto a bloccare o a rimandare in Africa i migranti, a prescindere dalla loro volontà e dalla sorte stessa che li attende. Questo è una palese violazione dei diritti fondamentali dell'Uomo.

A questa revoca vanno fatti seguire provvedimenti di annullamento o revisione analoghi per tutte le intese sottoscritte negli ultimi mesi o in via di completamento: ad esempio, Sudan, Mali, Gambia, Niger, ecc.

B – Ritirare prima dell’approvazione definitiva alla Camera il “decreto Minniti” sull’immigrazione, che è palesemente in linea e anzi completa i “migration compact”, riesumando i Cie (più volte condannati a livello europeo) per moltiplicare le espulsioni e introducendo – come hanno sottolineato numerosi giuristi – una palese violazione della Costituzione, istituendo una “giustizia speciale” ed eliminando uno dei gradi di giudizio per i ricorsi presentati contro l’eventuale rigetto delle domande di asilo o contro i decreti di respingimento forzato, con l’unico obiettivo di accelerare al massimo le procedure.

C – Rinunciare all’intenzione di rilanciare in occasione del G-7 di Taormina, nel prossimo mese di maggio, il programma generale di Migration Compact già presentato dall’Italia nell’aprile del 2016 a Bruxelles e rimasto in sospeso.

 D - Ci serve un piano congiunto tra EU - UA 1. Per risolvere le cause del esodo di profughi dell'Africa, andare alla radice del problema 2.  Proteggerli nei paesi di transito da ogni rischio di abusi e violenze, mettendo in atto un piano di accoglienza diffusa con un programma di sviluppo che coinvolge i rifugiati,  in Africa, offrendo sistemazione alloggiative, lavorative e borse di studio in Africa, creando quelle condizioni che rispettano la dignità umana. 3. Programma europeo di reinsediamento o corridoio umanitario per i casi di persone perseguitate, casi vulnerabili.


                                                                     Don Mussie Zerai

                                                             Presidente dell’Agenzia Habeshia
Aderiscono al nostro Appello:-
Tempi Moderni, 
Comitato Nuovi Desaparecidos, 
Progetto Diritti,  
Coordinamento Eritrea Democratica,
Diritti e Frontiere (Adif)
Comitato provinciale Anpi di Rimini
Possibile



       Roma, 5 aprile 2017  

venerdì 31 marzo 2017

Memorandum con la Libia: un patto di deportazione


di Emilio Drudi

Venti marzo 2017. Un gruppo di trafficanti di uomini dà l’assalto, al largo di Zuwara, a due gommoni carichi di profughi, per impadronirsi dei motori fuoribordo. Armi spianate, prepotenze, minacce: impossibile opporsi. I due battelli sono abbandonati alla deriva, a oltre dieci miglia dalla costa libica. Resteranno in balia del mare, ingovernabili, per più di un giorno. Quando finalmente vengono intercettati da una motovedetta e arrivano i soccorsi, tre donne sono ormai morte e tre giovani risultano dispersi.
Cinque marzo 2017. Un gruppo di profughi rifiuta di imbarcarsi dalla spiaggia di Sabratha: il mare è troppo mosso, appare evidente che il gommone su cui i trafficanti vogliono costringerli a partire non ce la può fare neanche a percorrere poche miglia. Ma i trafficanti non tollerano resistenze: puntano i mitra e fanno fuoco. Uccidono 22 ragazzi, abbandonandone poi i corpi in una boscaglia vicino alla spiaggia, in fondo a un terrapieno.
Due marzo 2017. Dall’ultimo rapporto del comando di polizia di Sabha, nel Fezzan, risulta che nel mese di gennaio 10 migranti sono stati uccisi. I corpi di tre delle vittime, in particolare, mostrano evidenti segni di torture e pestaggi feroci, sistematici: l’ipotesi più accreditata è che siano stati massacrati da una banda di sequestratori perché non potevano o non volevano pagare il riscatto.
Sono tre casi emblematici dell’inferno che vivono ogni giorno i profughi in Libia. E’ anche da questo inferno che scappano. Ma proprio a questo inferno rischia di riconsegnarli il memorandum sul controllo dell’immigrazione firmato il 2 febbraio dall’Italia con il Governo di alleanza nazionale (Gna) guidato da Fayez Serraj. “L’unico riconosciuto dall’Onu”, insistono il premier Paolo Gentiloni e il ministro dell’interno Marco Minniti. Solo che il Governo Serraj non riesce a far nulla per fermare tanto orrore. Non ci riesce perché, in realtà, è impopolare, non ha seguito tra la gente, non dispone di un esercito o di una polizia per affermare la propria autorità ma deve giovarsi di milizie di parte, soprattutto quelle di Misurata, e in definitiva, nonostante la copertura dell’Onu, è ritenuto illegittimo dalla maggioranza della popolazione: il frutto di una imposizione straniera, di tipo coloniale. Lo ha sancito anche l’Alta Corte di Tripoli, che ha definito nullo e privo di effetti l’accordo con Roma proprio perché il Gna, non avendo mai ottenuto il riconoscimento formale del Parlamento eletto di Tobruk, non ha alcun potere politico o legale e, dunque, non può sottoscrivere alcun trattato internazionale.
Agli occhi dell’Italia e dell’Unione Europea, però, questo governo così impopolare è comunque utile per alzare l’ennesima barriera dietro cui confinare i profughi e i migranti. Perché di questo si tratta. Basta scorrere le richieste formulate da Serraj a Roma per poter svolgere il compito di fermare i “viaggi della speranza” dalla Libia verso l’Europa, nuovo “gendarme dell’immigrazione” come ha fatto a suo tempo Gheddafi. E’ un elenco lunghissimo, come ha riferito Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera: 10 navi per la ricerca e il soccorso, 10 motovedette, 4 elicotteri, 24 gommoni, 10 ambulanze, 30 jeep, 15 automobili, 30 telefoni satellitari, mute da sub, binocoli diurni e notturni, bombole per ossigeno. L’equivalente di 800 milioni di euro, quasi un quarto dei 3,6 miliardi promessi dalla Ue, in due tranche, agli Stati Africani con gli accordi di Malta del novembre 2015. Una fornitura enorme, in grado di mettere in piedi una nuova flotta per la guardia costiera e attrezzare la polizia a terra, così da bloccare i barconi dei migranti prima che escano dalle acque territoriali libiche, riportandoli poi in Africa, e da blindare contemporaneamente i confini meridionali, in pieno deserto, impedendo persino di entrare nel paese e dunque di arrivare al Mediterraneo in cerca di un imbarco. Anzi, in aggiunta Minniti ha precisato che per i controlli a terra sono in cantiere accordi anche con sindaci e capi tribù tuareg del sud, nel Fezzan, così le maglie della rete attraverso cui filtrano i rifugiati saranno sempre più strette.
Ma che fine faranno i profughi intercettati? Si parla di campi di accoglienza, con tutte le garanzie di trattamento dignitoso e di tutela dei diritti umani, da aprire in Libia e soprattutto in Niger, il paese che dovrebbe diventare una sorta di grande hub di arrivo, concentrazione e smistamento del flussi migratori nel cuore dell’Africa. Ma garanzie come? Ovvero: chi potrà assicurare, in questi campi, una reale sicurezza, una vita dignitosa, il rispetto della volontà e della libertà dei profughi? In Libia ci sono già 25 centri a lungo definiti ipocritamente “di accoglienza” ma che sono per la maggior parte autentici lager, dove violenze, maltrattamenti, ricatti, estorsioni, lavoro schiavo, stupri, sono la vita quotidiana. Spesso con evidenti complicità con i trafficanti da parte della polizia e di funzionari statali. E’ una realtà dolorosa, evidenziata dai rapporti di Ong come Amnesty, Human Rights Watch, Medici Senza Frontiere e della stessa Commissione dell’Onu. C’è da chiedersi, allora, come sia possibile, in questo contesto, il miracolo di nuovi campi sicuri e dignitosi, dove magari poter presentare all’Unhcr la richiesta di asilo. Nessuno lo spiega: si confida semplicemente che il Governo di Tripoli possa organizzarsi per cambiare le cose. Ma come e in quanto tempo? Mistero. Né è pensabile che a proteggere questi pretesi nuovi campi possano essere militari e forze di polizia arrivati dall’Italia: tutti  in Libia, inclusi personaggi e gruppi alleati di Serraj, hanno dichiarato in più occasioni di considerare l’eventuale presenza di truppe straniere in Libia, a qualsiasi titolo, una invasione coloniale a cui si risponderà con le armi. Non per niente molti libici giudicano una “occupazione da parte dell’Italia” anche la presenza, a Misurata, dell’ospedale da campo e dei militari di scorta, inviati da Roma nel quadro dell’operazione “Ippocrate”, durante la battaglia di Sirte contro l’Isis.
Evidentemente, allora, per l’Italia e per la Ue, quello che conta è in realtà innalzare comunque un muro, il più alto possibile, per bloccare o rimandare i profughi in Africa loro malgrado, a qualsiasi costo, qualunque sia la sorte che li attende e a prescindere dalla loro volontà e dai loro diritti. Senza contare, tra l’altro, che ciascuno di questi accordi-barriera, come quello con Tripoli, rischia di rivelarsi, prima o poi, un’arma di ricatto, nei confronti dell’Europa, nelle mani degli Stati contraenti, spesso gestiti da governi di assai dubbia democrazia. E’ già accaduto con Gheddafi, che minacciava di aprire o chiudere i flussi dei migranti verso l’Italia in base alle circostanze e agli interessi che voleva perseguire. La stessa tecnica, all’inizio di quest’anno, è stata adottata dal Marocco. In polemica con la sentenza della Corte di Giustizia europea che ha dichiarato non applicabile all’ex Sahara Spagnolo, la regione dei saharawi invasa da anni, l’intesa commerciale firmata con Bruxelles, il Governo ha improvvisamente ridotto la vigilanza, prevista dal Processo di Rabat, intorno alle enclave spagnole di Ceuta e Melilla, facilitando, anzi di fatto quasi incoraggiando, l’assalto di centinaia di migranti subsahariani alle barriere che chiudono i confini. Ora è il turno della Turchia: proprio in questi giorni, in risposta ai contrasti sorti con l’Olanda, la Germania e la Danimarca, il presidente Erdogan e il ministro dell’interno Suleyman Soylu hanno ammonito di essere pronti ad annullare o ridimensionare il patto con cui, in cambio di 6 miliardi di euro, nel marzo 2016 si sono impegnati a fermare i flussi dei profughi verso la Grecia, minacciando, come primo atto, di scatenare in Europa un’ondata di almeno 15 mila persone al mese.
Ma tant’è: si punta sulla politica dei muri. Non una parola, infatti, è stata spesa, nel memorandum firmato a Roma il 2 febbraio o nel successivo incontro del 21 marzo, sempre a Roma, sulla possibilità di organizzare vie legali di immigrazione: canali umanitari, ad esempio, o magari una rete di ambasciate aperte dove poter presentare le richieste di asilo direttamente in Africa. Eppure è proprio questa delle “vie legali” l’unica concreta soluzione per combattere i trafficanti e per salvare vite umane, come rilevano tutte le Ong che operano “sul campo” e come dimostrano i canali aperti in collaborazione tra il gruppo di Sant’Egidio, la Cei e la Chiesa Valdese.
Il perché di questa chiusura totale forse è intuibile: organizzare “canali” per l’arrivo dei migranti significa cambiare radicalmente politica. Significa, in una parola, costruire ponti e non muri. Ma evidentemente non si ha intenzione di imboccare questa strada. Induce a crederlo anche il fatto che all’incontro del 21 marzo a Roma con Serraj e vari ministri europei, mancavano la Spagna e la Grecia, gli altri due grandi paesi mediterranei di sbarco. Quelli, cioè, con i quali si potrebbe costruire una strategia comune da sottoporre a Bruxelles. Una strategia, ad esempio, basata su due punti fondamentali: un sistema unico di asilo e accoglienza per l’intera Ue, con quote obbligatorie, applicato da tutti gli Stati dell’Unione; e poi, appunto, vie legali di immigrazione. Proprio come, in Spagna, stanno chiedendo strati sempre più larghi della popolazione e della società civile, specialmente in Catalogna, sotto la guida della Municipalità di Barcellona. Ma con Barcellona il Governo italiano non risulta che abbia “sprecato” neanche una telefonata.
Il punto è che a Roma si vuole insistere sui respingimenti e sulle espulsioni. Come si è fatto dal 2000 in poi. Anzi, anche peggio perché nella fase iniziale gli accordi di “contenimento” almeno venivano sottoposti al controllo e al voto del Parlamento, mentre ora si firmano memorandum tra ministri o addirittura patti di polizia, come quello sottoscritto il 3 agosto 2016 con il Sudan, bypassando Camera e Senato. Il tutto, vale la pena ripeterlo, a prescindere dalla volontà e dalla libertà dei profughi, configurando una possibile violazione dei diritti umani di cui prima o poi l’Italia dovrà rispondere. E’ quanto, in una intervista ad Alberto Sofia, del Fatto Quotidiano, sostiene, senza mezzi termini, il professor Antonio Maria Morone, docente di storia dell’Africa a Pavia, convinto che il nuovo memorandum con Tripoli non sia in realtà molto diverso dall’accordo stipulato fra Berlusconi e Gheddafi, quando i rifugiati finivano poi per essere torturati nelle carceri libiche. “L’Italia – ha spiegato  Morone – non ha interesse a tutelare i diritti dei migranti, ma solo a contenerli e, di fatto, a deportarli in altri paesi o in quello d’origine. Un giorno saremo chiamati a renderne conto”.        


Tratto da: Diritti e Frontiere

mercoledì 22 marzo 2017

Massacrati su un barcone 42 profughi somali in fuga dallo Yemen


di Emilio Drudi

Erano fuggiti mesi, anni fa, dalla Somalia sconvolta dalla guerra civile e dal terrorismo di Al Shabaab, cercando scampo nello Yemen. Sono rimasti finché hanno potuto. Poi la guerra e la carestia li hanno scacciati anche da qui, costringendoli a un’altra fuga per la vita, di nuovo in mare, ma questa volta a ritroso, verso l’Africa. Sono stati massacrati proprio quando pensavano di essere ormai vicini alla salvezza, protetti dalle insegne dell’Unhcr, il Commissariato dell’Onu per i rifugiati. Un elicottero da combattimento ha attaccato il barcone sul quale erano stipati, colpendolo con razzi e mitraglia. Alla fine si sono contati 42 cadaveri. Ottanta superstiti, terrorizzati, sono stati recuperati in acqua, tra i rottami del battello, dopo che l’elicottero aggressore si era allontanato, da alcuni pescatori yemeniti. Molti sono feriti: 24 in modo grave. Tra le vittime, tante donne e tanti bambini.
A dare notizia della strage - avvenuta il 16 marzo, poco dopo il tramonto – è stato Joel Millman, portavoce dell’Organizzazione Internazionale per l’Immigrazione (Oim). Le prime informazioni parlavano di una trentina di vittime. Poi il bilancio di morte è salito ad “almeno 42”, come ha precisato ai cronisti di Al Jazeera Ibrahim Ali Zeyad,, un marinaio che era sulla barca. Teatro della carneficina, le acque del Mar Rosso al largo di Hodeidah, a poche miglia dal Bab al Mandeb, lo stretto che immette nell’Oceano Indiano. Non è chiaro se quel barcone fosse salpato proprio dalla zona di  Hodeidah o più a sud, sulla costa del Golfo di Aden, al di là del Bab al Mandeb. A bordo – ha precisato Mohamed al Alay, un ufficiale della locale Guardia Costiera – erano saliti in più di 120: un viaggio della speranza dallo Yemen al Sudan, dove quei profughi sarebbero stati presumibilmente accolti in un campo gestito dall’Onu. Molti, quasi tutti, ha confermato infatti William Sprindler, uno dei portavoce dell’Unhcr che operano in Medio Oriente, erano già stati registrati come rifugiati proprio dopo essere fuggiti dal conflitto somalo.
L’attacco – ha ricostruito Al Jazeera – è avvenuto quando la costa yemenita era ancora ben in vista. L’elicottero aggressore ufficialmente non è stato identificato. Più fonti dicono, però, che era un Apache, un velivolo in grado di operare sia di giorno che di notte, fabbricato in America dalla Boeing. C’è da credere, dunque, che appartenga alla flotta aerea della coalizione a guida saudita schierata contro gli Houti e sostenuta dagli Stati Uniti. Tanto più che Riyad e i suoi alleati, come fa notare il quotidiano spagnolo El Diario, “hanno il controllo totale dello spazio aereo yemenita, impedendo ai ribelli l’uso di aerei ed elicotteri”. Sta di fatto che l’Apache ha puntato subito la barca e l’ha colpita a freddo, ritenendo magari che venisse da Hodeidah, il grosso porto commerciale controllato dalle milizie sciite degli Houti, che nel 2014 hanno conquistato Sana’a, la capitale, e gran parte del paese, scacciando il presidente Abd Rabbu Mansour Hadi e costringendolo a riparare ad Aden, nell’estremo sud, sotto la protezione dell’Arabia e del Qatar. Per la gente a bordo non c’è stato scampo.
Il perché di questa aggressione assurda resta un mistero. Il Bab al Mandeb è una via di comunicazione marittima tra le più importanti del mondo, strategica in particolare per il petrolio. Le acque che lo circondano sono da sempre pattugliatissime, per decine di miglia. Tanto più adesso, con la guerra in Yemen, grazie anche alle basi militari concesse dall’Eritrea, presso Assab e Massawa, sulla sponda africana del Mar Rosso, all’alleanza capeggiata dall’Arabia, la quale le utilizza, oltre che per attaccare i ribelli houti, per operazioni aeree o navali di controllo e vigilanza. Ogni movimento sospetto viene segnalato ed eventualmente colpito. Ma c’è da chiedersi come sia stato possibile scambiare una barca piena di rifugiati per un obiettivo militare.
Lo denuncia senza mezzi termini anche l’Unhcr: “Siamo sgomenti per questo attacco contro civili innocenti – ha dichiarato William Spindler ad Al Jazeera – Si tratta di persone che hanno sofferto moltissimo e rischiato la vita per fuggire dalla Somalia. Persone che avevano cercato sicurezza in Yemen, trovandovi invece una situazione diventata via via sempre più pericolosa, a causa del conflitto in corso e della crisi umanitaria esplosa in seguito alla carestia. Ecco, stavano tentando ancora di arrivare finalmente da qualche altra parte in cerca di salvezza e invece hanno incontrato questa tragica fine….”.
Un terribile errore? Forse. Ma sarebbe l’ennesimo. L’ultimo di una catena lunghissima di attacchi che, dal 2014 a oggi, si sono scatenati ripetutamente contro obiettivi civili, indifesi e tutelati dalle convenzioni internazionali e spesso dalle bandiere della Croce Rossa: scuole, campi profughi, mercati, acquedotti, moschee, ospedali sia yemeniti che, in almeno tre occasioni, gestiti da Medici Senza Frontiere. O, ancora, gruppi di persone riunite per cerimonie religiose, matrimoni o addirittura funerali e persino bus civili, depositi di cibo, contadini e campi coltivati, tanto da aver desertificato le campagne, impedendo le coltivazioni e moltiplicando dunque gli effetti della siccità, la fame e la carestia. E’ eloquente, in proposito, la relazione di 51 pagine inviata nel gennaio 2016 da una equipe di esperti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dalla quale sembrerebbe emergere una sorta di “strategia del terrore”.
L’alleanza messa in piedi da Riyad ha sempre negato, in queste circostanze, che si sia trattato di azioni mirate. Ogni volta ha parlato di “errore” o, come si legge sempre più spesso nei rapporti dei comandi militari, di “danni collaterali”. E nessuno l’ha mai chiamata a renderne davvero conto. Neanche di fronte ai dossier con i quali, per due anni di seguito (agosto 2015 e febbraio 2016), Human Rights Watch ha segnalato l’uso frequente di “cluster munitions” (le micidiali bombe a grappolo messe al bando nel 2008) contro obiettivi non militari. E neanche quando ci sono state denunce esplicite, come nel caso degli ospedali di Medici Senza frontiere, presi di mira nonostante le ampie, chiarissime comunicazioni preventive e mantenuti sotto attacco, talvolta sino alla distruzione completa, senza tener minimamente conto delle segnalazioni lanciate dai responsabili della Ong fin dall’inizio dei raid aerei.
Proprio partendo da episodi di questo genere, l’Alto Commissario per i diritti umani ha sollecitato nel 2016 la nomina di una commissione internazionale indipendente d’inchiesta sulle violazioni del diritto umanitario in Yemen, ma lo stesso Consiglio dell’Onu per i diritti umani ha respinto la proposta. Gli Stati dell’Unione Europea, che in gran parte hanno inizialmente sostenuto la richiesta, al momento decisivo – hanno rilevato la Rete Disarmo e Amnesty – si sono tirati indietro, senza neanche specificare i motivi di questo ripensamento. Non solo. Pochi mesi prima, nel giugno 2016, le Nazioni Unite, per bocca del segretario generale Ban Ki Moon, avevano dovuto ammettere di aver tolto la coalizione a guida saudita in Yemen dalla “lista nera” dei responsabili di azioni di guerra che hanno coinvolto bambini, in seguito alle forti pressioni dell’Arabia la quale, definendo “crudelmente esagerato” quel censimento, minacciava di tagliare i fondi per i programmi umanitari.

Un silenzio assordante, in particolare, si è registrato da parte degli alleati o comunque degli “amici” occidentali di Riyad. Gli Stati Uniti, innanzi tutto, che garantiscono armi e supporto tecnico-logistico, inclusi servizi di intelligence, alle forze schierate contro gli Houti. Ma anche l’Italia, la quale – come hanno denunciato ancora una volta Amnesty International e la Rete Disarmo – ha inviato alla Royal Saudi Air Force consistenti, ripetute forniture di bombe, poi sganciate a pioggia pure su obiettivi civili. Si tratta delle Mk 83, ordigni da 460 chili prodotti dalla Rmw in Sardegna e il cui impiego in Yemen è stato documentato da Human Rights Watch con inconfutabili prove fotografiche. Quei 42 profughi somali uccisi sul barcone affondato nel Mar Rosso, al largo di Hodeidah, fuggivano anche da queste bombe.