martedì 2 febbraio 2016

La Giornata della Memoria e la tragedia dei profughi






di Emilio Drudi

“Auschwitz non ci abbandona, ci ricorda quali orrori può compiere l’uomo”: è il passo più significativo dell’intervento fatto in occasione della Giornata della memoria dal presidente Mattarella, che ha poi aggiunto: “E’ un’illusione alzare i muri e ricercare negli Stati nazionali una inverosimile sovranità perduta: i nazionalismi generano diffidenza, rivalità e ostilità. E questa è una china pericolosa che abbiamo vissuto nel ‘900”.
Ecco, è proprio in queste parole il valore più profondo della Giornata della Memoria: ricordare per fare i conti con il passato ma anche, ancora di più, con il presente. Non seguire questa via maestra significa tradire lo spirito stesso dell’appuntamento annuale del 27 gennaio, facendone una cerimonia vuota, senz’anima. La memoria, infatti, non è, non deve essere, un esercizio sterile del ricordo. Al contrario, ha significato e vigore soltanto se diventa “assunzione di responsabilità”: se ci spinge a studiare, analizzare, a capire come mai si è potuti arrivare al “male assoluto” della Shoah. Ci si accorgerà subito, allora, che la Shoah non è stata una atrocità improvvisa, nata e finita con il nazismo. Al contrario: la Shoah ha radici antiche, in fenomeni come l’antigiudaismo religioso, la xenofobia, il nazionalismo, il razzismo che impregnano la storia millenaria dell’intera Europa ed hanno alimentato l’immaginario antiebraico: il pregiudizio e l’odio astratto, immotivato, per qualcosa che non si conosce e che viene percepito come “diverso” e, dunque, come nemico. Il nemico sul quale scaricare problemi, colpe, incertezze, insicurezza, paure.
Il massacro di sei milioni di ebrei non ci sarebbe stato senza l’accettazione cieca di questo “immaginario” da parte della gente comune: c’è questo “immaginario” alla base dell’obbedienza passiva, totale, senza chiedersi il perché, a leggi e ordini criminali, da parte di milioni di uomini e donne “normali”. O, quanto meno, alla base dell’opportunismo, del conformismo, dell’indifferenza che hanno portato a voltare le spalle di fronte alla sorte “dell’altro”. Alla sorte di milioni di “altri”. Una sorte atroce, che inizia con la soppressione dei diritti, trasformando milioni di esseri umani in “non persone”, e che arriva alla soppressione della vita stessa.
Il punto, oggi, è capire se dopo lo sterminio di un intero popolo, questo immaginario sia stato sconfitto oppure sia ancora vivo. Se, in concreto, circostanze, situazioni, pregiudizi, comportamenti, scelte, interessi come quelli che hanno portato alla Shoah siano tuttora presenti tra noi. I fatti ci dicono che non solo quell’immaginario antisemita avvelena ancora le nostre società, ma che ne sono stati coltivati altri simili, con la stessa radice: contro i rom, ad esempio, o contro l’Islam, o gli immigrati e i profughi. Contro chiunque, insomma, sia percepito come “straniero”. “Diverso”. Ovvero: alimentata giorno per giorno dalla scarsa conoscenza, dal pregiudizio, dall’egoismo, la macchina della “costruzione del nemico” continua a funzionare, creando un muro di ostilità o quanto meno di indifferenza per la sorte di una moltitudine di uomini e donne, in una spirale perversa che addormenta le coscienze ed è spesso funzionale al potere.

La vicenda dei profughi e dei migranti esplosa negli ultimi anni è emblematica. L’intero sistema che, per affrontarla, è stato messo in piedi dal Nord del mondo, dall’Unione Europea in particolare, è concepito per alzare barriere tra “noi” e “loro”, tra la Fortezza Europa e i disperati che bussano alle sue porte. Poco importa se questo fa di milioni di persone “res nullius”: esseri umani senza diritti, intrappolati tra le dittature, le guerre, le persecuzioni, il terrorismo, le catastrofi naturali, le carestie da cui fuggono e  il muro di indifferenza innalzato dal mondo ricco, agiato, libero, democratico. Esseri umani che le politiche di esclusione adottate dai “potenti” del pianeta confinano sempre più spesso in una terra di nessuno via via più estesa e periferica, fino a rendere impercettibile la loro tragedia. Desaparecidos: fatti sparire, in modo che del loro destino non si parli nemmeno e che ci sia una apparente situazione di normalità.
Non a caso proprio uomini che hanno vissuto in prima persona l’orrore delle leggi razziali e della Shoah si sono levati per primi a denunciare l’indifferenza che troppo spesso circonda la tragedia dei profughi e a contestare la barriera culturale, politica, umana innalzata nei loro confronti. Come Piero Terracina, uno dei pochissimi ebrei romani scampati ad Auschwitz. O Massimo Ottolenghi, il partigiano “Bubi” di Giustizia e Libertà, morto in questi giorni, protagonista del salvataggio di 200 ebrei. Entrambi hanno insistito con forza sul diffuso, colpevole “voltarsi dall'altra parte” di tanta, troppa gente. Proprio come è accaduto con gli ebrei.
Ma, a parte il “sentire comune”, anche le decisioni prese da numerosi governi, dalla politica in generale, mostrano sorprendenti, assurde, dolorose analogie con il periodo buio della discriminazione istituzionalizzata. Accade, tanto per citare, con i respingimenti a priori, decisi senza esaminare i singoli casi personali, ma basandosi unicamente sulla nazionalità, la provenienza, il “gruppo”: come si faceva, appunto, con gli ebrei. O, ancora, con le muraglie di filo spinato, i blocchi, le norme anti immigrazione, così simili agli ostacoli incontrati dagli ebrei dopo l’adozione delle leggi razziali in Germania e in Italia. Basti citare la tragedia della nave S. Louis, carica di mille ebrei in fuga dalla Germania ma respinti da tutti: come non vedervi un’analogia con i barconi di richiedenti asilo costretti a filtrare di nascosto tra le maglie della polizia di frontiera della Turchia? Quella Turchia alla quale l’Europa ha promesso tre miliardi di euro in cambio della blindatura dei confini per bloccare l’esodo da luoghi devastati da guerre e terrorismo come la Siria, l’Iraq, l’Afghanistan. Per non dire della decisione del governo danese di confiscare i beni eccedenti la quota di 1.300 euro che i migranti portano eventualmente con sé. “Per contribuire alle spese di mantenimento e alloggio”, è la giustificazione, quasi a far passare l’idea che chissà quali ricchezze, gioielli, diamanti, i profughi portano con sé di nascosto. Proprio come la propaganda nazista e fascista diceva degli ebrei che, scacciati dalle loro case, cercavano in qualche modo di raggiungere una frontiera amica.
Allora torniamo alle parole del presidente Mattarella: “Auschwitz non ci abbandona, ci ricorda quali orrori può compiere l’uomo”. E facciamone tesoro per le nostre scelte e i nostri comportamenti di oggi: per non dover scoprire domani che stiamo costruendo giorno per giorno un altro orrore.

venerdì 29 gennaio 2016

Il diritto ad essere riconosciuti:

Roma 28 gennaio 2016

Comunicato stampa

Il diritto ad essere riconosciuti: al via #NonEsisto, la campagna del Consiglio Italiano per i Rifugiati per i diritti degli apolidi con il sostegno di Open Society Foundations

 
In Italia si stima ci siano 15mila persone che non hanno la possibilità di studiare, di sposarsi, di lavorare, di avere dei documenti, dei diritti. In Europa sono 600.000 a vivere in questo limbo. Persone che hanno perso o non hanno mai avuto la cittadinanza del loro Paese di origine. Apolidi. Una condizione che può diventare una condanna in un paese come l’Italia, dove il riconoscimento del loro status è praticamente impossibile: a causa di procedure inaccessibili, infatti, solo 606 persone hanno uno status di apolidia riconosciuto nel nostro Paese. Gli altri sono totalmente invisibili. 

Il progetto Listening to the sun, realizzato dal Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR) con il sostegno della Open Society Foundations in Italia, ha l’obiettivo di realizzare una campagna di sensibilizzazione sulle difficoltà che incontrano le persone apolidi nella vita quotidiana, causate dall’impossibilità pratica di accedere a un riconoscimento legale della propria condizione.

La campagna #NonEsisto, www.nonesisto.org,  attraverso i video e le foto di Denis Bosnic ci racconta le storie diNyimaSandokanElena e Ramadan. Filo conduttore è l’idea di esistenza negata agli apolidi, laddove la loro condizione non viene riconosciuta e con essa tutti i loro diritti e le loro opportunità. Per dirlo con le parole del Signor Halilovic  “Sono apolide, anzi neanche apolide. Sono invisibile, perché ancora non ho il riconoscimento dello stato di apolidia…..Valgo zero”.

Una condizione che purtroppo si tramanda per generazioni e a pagare le conseguenze dell’apolidia sono spesso proprio i bambini. Molti figli nati nel nostro Paese da famiglie sfollate dalla ex Jugoslavia hanno ereditato la condizione di apolidia dai loro genitori o si sono ritrovati con una nazionalità incerta. Rappresentano la seconda o terza generazione e, per varie cause, non hanno avuto accesso a uno status riconosciuto. A causa di questa condizione di sostanziale irregolarità non possono neanche ottenere la cittadinanza italiana: la loro esclusione dai diritti di cittadinanza è un dramma sociale e un problema giuridico rilevantissimo, su cui abbiamo la possibilità e il dovere di intervenire.

Un rischio che potrebbero correre anche i rifugiati che stanno arrivando in Italia e in Europa e che ci pone di fronte alla sfida di individuare e prevenire possibili situazioni di apolidia tra i bambini che non hanno potuto ottenere la cittadinanza dei propri genitori o del proprio paese di provenienza. Questo può succedere ad esempio nel caso dei figli nati da madri siriane rimaste sole, che non possono trasmettere la cittadinanza ai loro figli a causa della legge siriana che lo permette solamente ai padri.

“L’apolidia è in sé una condizione estremamente complessa e dolorosa, perché presuppone l’inesistenza, la negazione del legame più importante che unisce un individuo al suo Stato: la cittadinanza. Ma questa condizione può divenire addirittura drammatica se non riconosciamo a queste persone identità e diritti. Tutti gli esseri umani hanno diritto ad avere una nazionalità, e coloro che ne sono sprovvisti hanno comunque diritto ad una protezione adeguata. Per questo motivo, con questa campagna vogliamo creare una sensibilità sul tema che possa favorire in Italia l’introduzione della legge sull’Apolidia, uno strumento normativo che possa garantire una procedura chiara, facilmente accessibile e fruibile per tutti coloro che hanno diritto a chiedere il riconoscimento di apolidia, e che includa una regolamentazione dei diritti della persona, durante l’iter e dopo l’eventuale riconoscimento” dichiara Fiorella Rathaus, direttrice del CIR.

Contesto

Il 25 novembre 2015 la Commissione Diritti Umani del Senato in collaborazione con il Consiglio Italiano per i Rifugiati e l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha presentato il Disegno di legge sul riconoscimento dello status di apolide.
L’adozione di una legge organica garantirebbe una procedura semplice e accessibile per il riconoscimento dello status di apolidia, facilitando quindi l’identificazione delle persone apolidi presenti in Italia e assicurando loro il godimento dei diritti fondamentali e una vita dignitosa.  
Per utilizzare il materiale multimediale in alta definizione  - video e foto - contattare cirstampa@cir-onlus.orgtel. 06 60 200 114 int. 216. 

Per ulteriori informazioni
UFFICIO STAMPA CIR  
Valeria Carlini
tel. + 39 06 69200114 int. 216 
+39 320 81 87 167
E-mail: carlini@cir-onlus.org  
Sito www.cir-onlus.org   

sabato 23 gennaio 2016

Fratel Ezio Tonini:- Quell'ET luminoso nella notte eritrea


In Africa, fuori dalle grandi città, le notti sono ancora nere. Buie. Notti che sono notti. Non ci sono i lampioni. Né le luci permanenti che fanno apparire perennemente sveglie, e luminosamente inquinanti, le notti nostre.
La notte dell’Asmara, 32 anni fa, quando la Caritas invitò una piccola pattuglia di giornalisti a raccontare la grande carestia che uccideva di fame l’Eritrea (ma i bambini nei campi, gli occhi persi nel vuoto, morivano anche di tosse) era una notte così.
Dall’aeroporto verso l’istituto dei fratelli cristiani che ci avrebbe ospitato, la strada veniva inghiottita dal buio, solo i fari della macchina facevano emergere dall’oscurità, come bianchi lampi, le lunghe vesti delle donne accoccolate per terra, in paziente attesa che all’alba aprisse il negozio della farina...
Fratel Ezio Tonini, artigianello, incontrato per la prima volta il giorno dopo quella notte eritrea, nella sua grande biblioteca al Pavoni Social Centre, era uno che teneva accesa la luce. Sulla storia di quel popolo, da oltre vent’anni in guerra con l’Etiopia, uno dei più lunghi e sanguinosi conflitti endemici africani.
Corno d’Africa, che fu Africa d’Italia. Piccola potenza coloniale, laggiù razza padrona, uomini bianchi scesi a uccidere, conquistare, poi sfruttare e comandare.
Ezio da Terlago no. Ezio era arrivato dopo, e teneva accesa la luce. Con la sua biblioteca frequentata da migliaia di studenti e così unica per la ricchezza dei documenti, che a volte ci capitava perfino il presidente-dittatore Afewerki, illuminava la storia del popolo eritreo che i suoi capi condannavano al buio permanente della guerra infinita, homo homini lupus.
E i ragazzi che non venivano sequestrati dall’esercito, li rubava il fronte di liberazione. In un caso e nell’altro, generazioni perdute a odiarsi, a spararsi, a negarsi il futuro.
Fratel Ezio, intanto, teneva accesa la luce sulla cultura di un nobile popolo, di un’antica civiltà. In condizioni difficili, senza incoraggiamenti istituzionali, semplicemente perché era giusto farlo. Sfuggiva, Ezio Tonini, al cliché del missionario: lui non stava sulla prima linea dell’emergenza umanitaria o dell’evangelizzazione eroica, non battezzava e non curava i malati, non faceva cantare i bambini e non insegnava mestieri. Lui stava in una biblioteca. E studiava, catalogava, archiviava.
Salvava memoria. Nell’indifferenza di quelli che avrebbero dovuto custodirla.
All’Asmara non fanno i bypass e a Nairobi, a cinque giorni dall’infarto, non l’avevano ancora portato. In Eritrea, la vita umana vale meno che a Terlago, il suo paese, dove non farà ritorno.

Ezio Tonini: E.T.
E una specie di Et, un extraterrestre doveva apparire agli eritrei: uno degli ultimi missionari rimasti dopo le espulsioni decretate da uno dei regimi più illiberali e intolleranti del mondo. Lui era ancora lì all’Asmara, a capire, a studiare, a fare resistenza all’oblio e all’ignoranza. Dice Flavio Corradini, che andava spesso a trovarlo, e che aveva in progetto di duplicare i documenti più preziosi: se in Africa si dice che, quando muore un anziano, muore un libro, con Ezio è morta un’immensa biblioteca. Chissà che fine farà.
Rischia di morire un mondo. Non solo una biblioteca.
Perché non ci sarà un altro fratel Ezio a leggere, a scrivere, a tramandare memoria. Anche per gli inconsapevoli.
Un luminoso Et trentino, dentro la notte di Asmara.

giovedì 14 gennaio 2016

Ricatti e galera per i profughi negli Stati del Processo di Khartoum

Sequestri da parte di bande di trafficanti, ricatti della polizia, galera a tempo indeterminato o rimpatri forzati nel paese da cui sono fuggiti per sottrarsi a persecuzioni, torture, negazione dei diritti più elementari. E’ quanto accade sempre più spesso ai profughi in fuga dal Corno d’Africa e dall’Africa sub sahariana proprio in alcuni degli Stati che l’Unione Europea ha scelto come partner per il controllo dell’emigrazione. In particolare, in Sudan e in Egitto, due “pilastri” del Processo di Khartoum, l’accordo firmato a Roma il 28 novembre 2014, su iniziativa del governo italiano, e degli accordi di Malta siglati l’11 novembre scorso.
Sono di questi giorni tre episodi emblematici della situazione assurda creata dalla volontà di esternalizzare i confini dell’Unione Europea, spostandoli sempre più a sud, oltre il Sahara, e affidandone la sorveglianza, come “gendarmi a pagamento”, a Stati di assai dubbia democrazia, quando non a vere e proprie dittature. Come, appunto, il Sudan di Al Bashir o l’Egitto del generale Al Sisi, dove questi episodi stanno accadendo. Ne sono vittime una ragazza di appena quindici anni; una madre con i suoi tre bambini; decine di giovani. Tutti eritrei. Tre casi che urlano quali siano in realtà le conseguenze di trattati come il Processo di Khartoum e gli accordi di Malta per la sorte, la vita stessa dei profughi.
Il primo episodio, quello della quindicenne: una ragazzina minuta, Eden, nome convenzionale per proteggerne l’identità. E’ una storia iniziata tre mesi fa. Eden, studentessa, vive a Keren, nel nord del paese, ma la madre e i fratelli sono emigratida tempo in Svizzera. Per lei, adolescente, è ormai prossimo il dodicesimo anno di scuola, che per legge coincide con l’inizio del servizio militare senza fine imposto dalla dittatura di Afewerki. Così, per non vedersi rubare la vita, decide di fuggire e raggiungere la famiglia. Cerca di espatriare insieme a un gruppo di amici, studenti come lei, alcuni della sua stessa scuola. Un espatrio clandestino, come tutti quelli dall’Eritrea, uno Stato prigione che pure è tra i firmatari del Processo di Khartoum,“beneficiato”, poco prima di Natale, con fondi europei da investire in ricerche petrolifere o addirittura in favore della poliziaper potenziare la vigilanza alle frontiere. Ma per fughe come questa di Eden – una  delle cinquemila che, secondo il Commissariato Onu per i rifugiati, si registrano ogni mese – ci sono due sole alternative: tentare di attraversare il confine a piedi, con i propri mezzi, sfidando le fucilate delle guardie, oppure affidarsi a una organizzazione di trafficanti.
Eden sceglie questa seconda soluzione. Va tutto bene fino a Tesseney, una piccola città vicino alla frontiera con il Sudan, dove i trafficanti che dovrebbero aiutarla a “passare, la sequestrano e la violentano a turno. Più volte. Abbandonandola poi esanime. Lei trova la forza di raggiungere Tesseney, dove la madre ha un’amica fidata. E’ in condizioni così gravi che la donna è costretta a portarla in ospedale. Naturalmente non può dire che Eden stava tentando di arrivare in Sudan e che a stuprarla sono stati i trafficanti a cui si era affidata: sarebbe come denunciarla, visto che in Eritrea l’espatrio clandestino è considerato un reato grave. Così racconta che era andata a trovarla per fermarsi qualche giorno da lei a Tesseney e che è stata aggredita e violentata da un gruppo di sconosciuti.
A poco a poco Eden si riprende. Appena può ricomincia la fuga. Questa volta riesce a passare il confine con l’aiuto di un’altra banda di “passeur” eritrei e sudanesi, mauna volta arrivata in Sudan, nella regione di Kassala, non fa molta strada: cade nelle mani di un gruppo di trafficanti, forse complici di quelli che le hanno fatto superare la frontiera. Ora è prigioniera da circa un mese. Per liberarla i banditi chiedono alla madre 8 mila dollari. La prima telefonata è arrivata in Svizzera all’inizio di dicembre. Ne sono seguite altre a cadenza fissa, sempre più minacciose: dicono che se i familiari non si sbrigano a pagare, Eden verrà “messa in vendita”, ceduta al miglior offerente, come in un’asta di schiavi: a un’altra banda o anche peggio.
E’ la conferma che le forze di sicurezza sudanesi in realtà non hanno alcun controllo del territorio. O, peggio, che sono complici o quanto meno indifferenti alla sorte dei profughi che, in base al trattato firmato dal Sudan, dovrebbero invece tutelare. Né il governo di Al Bashir sembra preoccuparsi più di tanto: l’intera regione di Kassala è “terreno di caccia” dei trafficanti di esseri umani. Persino all’interno dei campi profughi. Ma tutti fanno finta di non vedere.
La seconda storia, quella della giovane donna, Ribka (anche questo è un nome di copertura), con i suoi figlioletti, tre bambini di 8, 5 e 3 anni. Una intera famiglia che vorrebbe raggiungere il padre in Svizzera. La fuga inizia quasi un mese fa. Anche in questo caso affidandosi a una banda di trafficanti eritrei e sudanesi, a cui sono versati migliaia di dollari. Nessun serio problema fino al passaggio della frontiera: la signora e i suoi tre piccoli riescono a entrare in Sudan senza che nessuno li fermi. Sembra fatta. Ribka sta già pensando a come raggiungere Khartoum e di lì proseguire fino allo sponda del Mediterraneo, quando lungo la strada per Kassala, a pochi chilometri dalla frontiera, viene fermata da una pattuglia di polizia. Anziché accompagnarla in uno dei campi profughi della regione, gli agenti la conducono al loro comando. Dicono che si tratta di una normale procedura, “per accertamenti”. In realtà i poliziotti sequestrano la donna e i bambini: non li portano in un centro di accoglienza né li lasciano andare. Lei chiede con insistenza di essere affidata ai funzionari del Commissariato Onu, l’Unhcr, come è suo diritto di rifugiata, insieme ai figli. Gli agenti promettono, tergiversano. Poi consentono a Ribka di mettersi in contatto con il marito, in Svizzera.
L’uomo manda alla stazione di polizia alcuni amici eritrei che vivono in Sudan, per capire bene la situazione. “Ed è subito venuto fuori quello che si sospettava – spiega don Mussie Zerai, il presidente dell’agenzia Habeshia a cui il marito di Ribka ha chiesto aiuto – I poliziotti, a quanto pare, chiedono un riscatto per liberare la donna e i piccoli. Oltre tutto, non si capisce nemmeno bene quanto pretendono. Si direbbe che giochino al rialzo: alle persone inviate a informarsi, una volta dicono che devono deferire la donna a un giudice, un’altra che verrà rimpatriata di forza in Eritrea, che è la minaccia più grave perché, se rispedita a Keren, rischia di essere arrestata per la ‘fuga clandestina’ e di finire in carcere per chissà quanto tempo e in quali condizioni”.
L’agenzia Habeshia ha investito del “caso” l’Unhcr, che ha promesso di farsene carico. Ma intanto questa tortura continua. “A ben vedere – afferma don Zerai – questa vicenda, di cui sono vittime anche tre bimbi piccolissimi, è ancora più grave di quella della ragazzina quindicenne, perché, stando al racconto della donna, a pretendere di essere pagati per il rilascio, ricattando il marito, non sono trafficanti ma direttamente dei poliziotti: il ‘braccio’ dello Stato che si è impegnato a proteggere le persone in fuga che entrano nel suo territorio, affidandole al Commissariato dell’Onu per i rifugiati”.
Il terzo caso riguarda due gruppi di ragazzi tra i sedici e i venti anni. In tutto, oltre trenta giovani e giovanissimi, catturati in Egitto. La storia è venuta fuori l’otto gennaio, quando 13 di questo ragazzini, uomini e donne, si sono rivolti all’agenziaHabeshia. E’ un’altra fuga dall’Eritrea bloccata quando la meta del Mediterraneosembrava ormai vicina. I tredici – Semhar YemanMiskana Gere, Selam Kibreab, Asha AbdelaRim Derek, Eden Reda, Selam MekonnenErmiadHenokSalah,Hiwer Gabir, Alì, Milyon – scappano insieme e insieme riescono a passare in Sudan e poi in Egitto. Stanno cercando di scendere la valle del Nilo verso il delta quando incappano nella polizia. Non ci vuole molto a capire che sono entrati nel paese senza visto, “clandestini”. Un reato grave, in Egitto: comporta non solo l’arresto immediato ma la detenzione in carcere fino a quando non si ha la possibilità di coprire “in proprio” le spese per il rimpatrio forzato in aereo. Chi non ha soldi e non può farseli inviare dai familiari oppure, più semplicemente, non vuole pagare da sé la sua stessa riconsegna al regime da cui è scappato, resta in carcere a tempo indeterminato.
E in prigione, infatti, finiscono subito quei tredici ragazzi, nel carcere di Al Shalal, presso Assuan, tristemente famoso perché, ha denunciato Human Rights Watch, nel 2011 le guardie hanno pestato a sangue 118 detenuti eritrei per convincerli a firmare un documento di “rimpatrio volontario”. Da quando sono stati fermati chiedono di essere messi in contatto con l’Unhcr o con una Ong che si occupa dei profughi, per avere assistenza legale e per accedere alle procedure per la concessione del diritto d’asilo. Senza risultato.
Non solo: indagando su questa vicenda, Habeshia è venuta a sapere che pochi giorni prima è accaduto lo stesso a una ventina di altri ragazzi eritrei più meno della stessa età, trattenuti nel commissariato di Assuan. Anche a loro è stato impedito finora ogni contatto con l’Unhcr o ogni possibilità di assistenza legale. Del resto non è una novitàTestimoni hanno raccontato che alcuni giovani sono stati detenuti per anni in queste condizioni: persino ragazzi sfuggiti ai predoni beduini nel Sinai e poi intercettati dalla polizia. Se ne è avuta conferma anche da organizzazioni umanitarie che sono riuscite a far liberare dei prigionieri eritrei facendoli passare per etiopici e“rimpatriandoli” poi ad Addis Abeba anziché ad Asmara.
L’Unione Europea non può non saperlo. In particolare, non può non saperlo il Governo italiano, visto che queste organizzazioni, come l’associazione Gandhi della dottoressa Alganesh Fessahahanno sede, appunto, in Italia. Eppure si è scelto come partner del Processo di Khartoum e degli accordi di Malta anche l’Egitto, uno Stato che i richiedenti asilo, anziché aiutarli, li chiude in galera, per rispedirli indietro. Ma sapere e far finta di niente – denuncia il Comitato Verità e Giustizia per i Nuovi Desaparecidos – equivale a rendersi complici di una violazione sistematica dei diritti umani dei rifugiati. Un crimine di lesa umanità.





Nota
Servizio pubblicato il 10 gennaio 2015 dalla rivista www.psicologiaradio.it
Il 12 gennaio è giunta notizia che la giovane madre fermata dalla polizia sulla strada di Kassala è stata rilasciata insieme ai suoi bambini grazie all’intervento dell’Unhcr

venerdì 8 gennaio 2016

Lettera al Commissario Dimitris Avramopoulos

Onorevole Dimitris Avramopoulos

Commissario per gli affari interni, migrazione e cittadinanza



Gentile onorevole

Da  un mese circa 230 profughi eritrei, sudanesi e siriani protestano a Lampedusa contro il sistema europeo di riallocazione: contestano, in buona sostanza, il fatto che il programma adottato non tiene conto dei desideri, delle situazioni particolari, dei legami affettivi, di parentela, di amicizia in base alle quali ciascuno può preferire un paese piuttosto che un altro. “Siamo considerati – dicono – come dei pacchi postali da spedire da qualche parte, anziché esseri umani con una loro storia, un vissuto, un carico di speranze e di progetti per il futuro”. Con questo spirito e per sottolineare tutto il disagio e il dolore provocati dall’indifferenza per la loro sorte, hanno iniziato una manifestazione che si è protratta per settimane all’interno del centro di accoglienza dell’isola (dove funziona uno degli hotspot chiesti dall’Unione Europea all’Italia) e che negli ultimi giorni è stata portata direttamente nel cuore del paese, la piazza e il sagrato della chiesa madre, dove sono rimasti ininterrottamente, giorno e notte, chiedendo l’aiuto del sindaco e del parroco e la solidarietà degli isolani. Nonostante la presenza tra loro anche di donne e bambini, non hanno ceduto nemmeno ai disagi delle notti passate all’addiaccio, al freddo e alla pioggia, sostenendo di essere pronti a protrarre ad oltranza la loro protesta e di non essere disposti a farsi registrare e identificare, con la rilevazione delle impronte digitali, fino a quando non avranno l’assicurazione che si terrà conto, nei limiti del possibile, delle loro indicazioni sulla scelta del paese dove ricollocarli.
La linea più “dura” della contestazione è temporaneamente rientrata grazie alla mediazione alla quale ho partecipato io stesso, insieme al sindaco e al parroco: i profughi hanno accettato di rientrare in via provvisoria nel centro hotspot, ma solo per pochi giorni: il tempo necessario per avviare una trattativa a livello ministeriale ed europeo per esaminare le loro richieste.
Credo sia eloquente quanto mi ha detto uno dei profughi eritrei: “Io sono fuggito da un regime che pretendeva di decidere della mia vita al posto mio. Di stabilire, cioè, il mio futuro, determinare dove e come dovevo vivere. Per questo sono fuggito: per essere libero di scegliere autonomamente il mio futuro. Qui ora mi trovo invece davanti a un altro regime di regole che, sostanzialmente, pretende anch’esso di determinare il mio futuro, perché è evidente che la mia vita dipenderà dal posto in cui verrò mandato. Ecco il motivo del mio no: chiedo il rispetto della mia libertà e del mio desiderio di avere una vita dignitosa”. Tenendo conto di tutto quello che questo giovane e tanti altri come lui hanno passato per arrivare in Europa, spesso indebitandosi e lasciandosi alle spalle separazioni laceranti dalla propria famiglia e dal proprio mondo, credo che sia il caso di ascoltare queste parole, cercando una soluzione giusta, che non vanifichi il sogno di costruirsi in libertà una nuova vita. 

Mi viene in mente il terzo comma dell’articolo dieci della Costituzione italiana che è ormai anche la mia Costituzione: “Lo straniero al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”. Sono convinto che anche l’applicazione degli accordi europei debba essere ispirata a questi principi. Che bisogna tener conto, cioè, oltre che delle opportunità di lavoro, di studio, ecc. anche di eventuali punti di riferimento, legami affettivi, presenza di comunità nazionali, possibilità di riunificazione familiare, ecc.: tutti elementi che possono fare da importante supporto nel cammino di integrazione nel nuovo paese. E’ tutto qui il punto: quei profughi non vogliono essere scaricati nel primo paese che dice di essere disponibile, senza esaminare la soluzione ottimale e quale sia la via da percorrere per perseguirla. Tanto più alla luce delle notizie di una aperta ostilità quando non addirittura di casi di razzismo e violenza provenienti da paesi che pure si dicono disponibili all’accoglienza. Notizie di cui i profughi sono ben informati.
Ecco, quei profughi non si rifiutano di farsi identificare. Al contrario. Vogliono però sapere quale potrà essere il loro futuro. Chiedono cioè di unificare le procedure che oggi si svolgono per tappe, di essere informati sui criteri in base ai quali viene loro assegnata la destinazione e di tener conto dei loro bisogni e della eventuale possibilità di ricongiungersi con familiari e parenti. A ben vedere, nulla di più che il rispetto della Costituzione Europea: carta dei diritti fondamentali dell’Unione, Titolo I e Titolo II, sulla dignità e libertà delle persone.
  
Don Mussie Zerai
 Presidente dell’agenzia Habeshia

giovedì 31 dicembre 2015

Migranti e Profughi: Il 2015 che anno è stato? Il 2016 quali sfide ci attendono ?

Questo anno che stiamo per concludere 2015 è stato l'anno dominato dal tema migranti e profughi, segnato dalle tragedie, che hanno messo in crisi l'UE mostrando al mondo tutte le contraddizioni della politica europea incapace di parlare ed agire in modo univoco, tutti in ordine sparso sul tema cosi importante come quello che riguarda il destino di milioni di profughi.




Il Papa Francesco scrive nel suo messaggio per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2016 
Nella nostra epoca, i flussi migratori sono in continuo aumento in ogni area del pianeta: profughi e persone in fuga dalle loro patrie interpellano i singoli e le collettività, sfidando il tradizionale modo di vivere e, talvolta, sconvolgendo l’orizzonte culturale e sociale con cui vengono a confronto. Sempre più spesso le vittime della violenza e della povertà, abbandonando le loro terre d’origine, subiscono l’oltraggio dei trafficanti di persone umane nel viaggio verso il sogno di un futuro migliore. Se, poi, sopravvivono agli abusi e alle avversità, devono fare i conti con realtà dove si annidano sospetti e paure. Non di rado, infine, incontrano la carenza di normative chiare e praticabili, che regolino l’accoglienza e prevedano itinerari di integrazione a breve e a lungo termine, con attenzione ai diritti e ai doveri di tutti. Più che in tempi passati, oggi il Vangelo della misericordia scuote le coscienze, impedisce che ci si abitui alla sofferenza dell’altro e indica vie di risposta che si radicano nelle virtù teologali della fede, della speranza e della carità, declinandosi nelle opere di misericordia spirituale e corporale.
Sulla base di questa constatazione ho voluto che la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato del 2016 fosse dedicata al tema: “Migranti e rifugiati ci interpellano. La risposta del Vangelo della misericordia”. I flussi migratori sono ormai una realtà strutturale e la prima questione che si impone riguarda il superamento della fase di emergenza per dare spazio a programmi che tengano conto delle cause delle migrazioni, dei cambiamenti che si producono e delle conseguenze che imprimono volti nuovi alle società e ai popoli. Ogni giorno, però, le storie drammatiche di milioni di uomini e donne interpellano la Comunità internazionale, di fronte all’insorgere di inaccettabili crisi umanitarie in molte zone del mondo. L’indifferenza e il silenzio aprono la strada alla complicità quando assistiamo come spettatori alle morti per soffocamento, stenti, violenze e naufragi. Di grandi o piccole dimensioni, sono sempre tragedie quando si perde anche una sola vita umana." https://w2.vatican.va/content/francesco/it/messages/migration/documents/papa-francesco_20150912_world-migrants-day-2016.html

Non c’è chi non sia rimasto sconvolto dalle immagini del corpicino senza vita di Aylan Kurdi, gettato dal mare sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia. Il piccolo Aylan, annegato nell’affondamento del battello con cui avrebbe dovuto raggiungere Kos, una delle isole greche dell’Egeo, è morto perché nessuno ha voluto ascoltare l’urlo di dolore dei suoi genitori, fuggiti dall’infermo della Siria. Decine, centinaia, migliaia di piccoli come lui – eritrei, afghani, somali, iracheni, sudanesi, africani subsahariani, palestinesi, curdi, yemeniti, birmani rohingya – sono morti in circostanze analoghe: in mare, nel deserto, sotto le bombe, nei campi per rifugiati. Senza che nessuno se ne curasse. Quelle immagini hanno finalmente suscitato un moto di dolore e di vergogna, rompendo il muro di indifferenza, cinismo, ostilità, assurde paure nei confronti dei migranti e accendendo la speranza che la Fortezza Europa si decidesse ad aprirsi per accogliere ed aiutare i profughi che da anni bussano alle sue porte, in base ai fondamentali diritti alla vita, alla libertà, a costruirsi un futuro sereno. Quei diritti negati, calpestati, umiliati, annullati nelle realtà da cui quei profughi sono fuggiti e che tutti contavano e contano ancora di poter trovare nelle democrazie del Nord del mondo.
Questo ridestarsi delle coscienze è durato poco più di un attimo: l’egoismo, il disinteresse, il conformismo, l’opportunismo, il pregiudizio che circondano da troppe tempo questa tragedia hanno ripreso o stanno riprendendo il sopravvento. E si tornano ad alzare muri, si riprende a parlare di respingimenti, di centri di detenzione, di collaborazione con i più feroci dittatori del mondo, nominandoli di fatto “guardiani” contro l’immigrazione verso l’Europa dall’Asia, dal Medio Oriente, dall’Africa: controllori dei confini del Nord del mondo, esternalizzati e spostati sempre più a sud. Perché nessuno possa vedere e chiedersi che cosa accade su quella lontana frontiera.
Perché l’emozione, il richiamo della coscienza provocati dalla fine terribile del piccolo Aylan sono stati di così breve durata? La mia spiegazione è che ci troviamo di fronte a una grave, profonda crisi dei diritti umani. Che si stanno di fatto mettendo in discussione principi e valori fondamentali per la vita delle persone, conquistati in anni, secoli di lotta e sacrifici.
Può sembrare strano. I diritti umani sono sanciti dal diritto internazionale, sono stati accolti come elemento fondante di numerose Costituzioni europee: in quella del mio secondo Paese, ad esempio, l’Italia, che all’articolo 2 dice: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica, sociale”. E sono ribaditi, i diritti umani, in tutta una serie di trattati e convenzioni internazionali, inclusa quella di Ginevra del 1951 sui profughi. Sono, in sostanza, il fondamento della democrazia: dello “stare insieme” della democrazia, in base al principio per cui tutti gli uomini nascono e sono uguali a prescindere da razza, religione, idee politiche, ecc. Un principio che è la premessa irrinunciabile di valori come la libertà, l’uguaglianza e la giustizia sociale, la solidarietà, il diritto a un futuro migliore. Alla felicità.
Sono, in una parola, l’essenza della vita stessa. Eppure siamo di fronte a una crisi. Ad evidenziarla, questa crisi, negli ultimi anni è proprio la tragedia dei profughi: di milioni di uomini, donne, bambini come Aylan.
In questo momento, secondo le stime dell’Unhcr, ci sono nel mondo oltre 60 milioni di profughi. Non sono mai stati così tanti dalla seconda guerra mondiale. Con una differenza fondamentale rispetto al 1945: allora il problema, per quanto enorme, si avviava a concludersi, perché la guerra era finita. Era finita, cioè, la “causa” di questo dramma e si prospettava una soluzione. Magari lunga, contrastata, dolorosa, ma una soluzione si intravedeva. Ora, invece, siamo soltanto all’inizio del fenomeno: basti ricordare che nell’ultimo anno i profughi sono aumentati di quasi 8 milioni e, rispetto a tre, quattro anni fa addirittura di venti. Milioni di persone costrette a una “fuga per la vita”, perché restare nel proprio paese significava affrontare morte, guerre, torture, persecuzioni, dittature o, anche, carestie, fame e miseria endemiche, nessuna prospettiva di futuro.
Molti, più di un terzo di questi 60 milioni di disperati gravitano sul bacino del Mediterraneo, perché il Mediterraneo è il principale “punto di sfogo”: la più battuta via di transito per almeno 15/20 punti di crisi che costringono alla “fuga per la vita” dall’Asia, dal Medio Oriente e dall’Africa. La più battuta anche se è la più pericolosa al mondo, come dimostrano gli oltre 4.000 morti registrati quest’anno, i 3.600 dello scorso anno, gli oltre 25 mila dal duemila a oggi. Così per la prima volta, negli ultimi tre anni ma in particolare quest’anno, si è verificato un esodo di massa direttamente verso l’Europa e per di più concentrato, nella fase più drammatica, in un arco di tempo di soli pochi mesi. Ad oggi si calcolano oltre 900 mila arrivi, ma secondo l’Ocse alla fine dell’anno si potrebbe sfiorare il milione. Eppure sono ancora una minoranza rispetto alla vastità del problema. Le maggiori concentrazioni di profughi, rifugiati, migranti obbligati, infatti, si registrano fuori dalle mura della Fortezza Europa. Qualche esempio:
– in Turchia sono 2,2 milioni
– in Pakistan 1,5 milioni
– in Libano, nel piccolo Libano, che conta appena 5 milioni di abitanti, sono 1,15 milioni
– in Iran 982.000
– in Etiopia 659.000
– in Giordania 654.000
– in Kenya: 551.000
– nel Chad: 454.000
– in Uganda: 385.000
E il numero continua a crescere. Basti citare due casi, due situazioni sottaciute o addirittura “silenziate” ma che stanno esplodendo, ad onta del disinteresse della politica e dei media occidentali: la guerra civile del Sudan ha finora costretto alla fuga, dentro o fuori i confini, circa 1,2 milioni di persone; la guerra nello Yemen ha già prodotto più di 1,4 milioni di sfollati, gran parte dei quali troppo poveri e privi di mezzi anche per tentare di passare il confine e cercare rifugio altrove.
Nonostante i tanti allarmi e le “grida all’invasione” lanciate a più riprese negli ultimi tempi, dunque, l’Europa e più in generale il Nord del mondo non sono in testa a questa graduatoria che è insieme dell’accoglienza e della disperazione. La stragrande maggioranza dei profughi trova rifugio “a sud”. Solo una minoranza dei fuggiaschi preferisce o è costretta a puntare “verso nord”: i più perseguitati, i più disperati, quelli che, dopo mesi o anni nei campi profughi africani o asiatici, hanno realizzato di non avere prospettive o alternative. L’Europa, l’Unione Europea, l’Occidente lo sanno. Come sanno che quella di questi disperati è una “fuga per la vita”. Eppure fingono di ignorarlo e adottano politiche di respingimento, diretto o di fatto. Alzano “muri”:
– Muraglie fisiche, l’esempio più esplicito e materiale di questa politica. I casi sono ormai tanti e continuano a crescere, barriere alte quattro, cinque metri, per chilometri, lungo i confini: nelle enclave spagnole di Ceuta e Melilla in Marocco; alla frontiera tra Grecia e Turchia sul fiume Evros; al confine tra Bulgaria e Turchia o tra l’Ungheria e la Serbia; la “fortezza” di filo spinato e sensori elettronici eretta per centinaia di chilometri nel Sinai da Israele, che si appresta ora a costruirne una analoga lungo la frontiera con la Giordania
– Muraglie che si potrebbero definire “normative”: il mandato di stretto controllo dei confini europei affidato alla missione Frontex; i Processi di Khartoum (2014) e di Rabat (2007), gli accordi voluti dalla Ue che in concreto affidano il controllo dell’immigrazione a Stati africani spesso di assai dubbia democrazia, per bloccare tacitamente profughi e migranti a sud del Sahara, prima che possano arrivare alle sponde del Mediterraneo; il muro di fatto che il Regno Unito ha chiesto di innalzare a Calais sulla Manica, in modo da evitare sbarchi in Inghilterra, accompagnato dal rifiuto esplicito del governo britannico di accogliere rifugiati nel suo territorio; la “deportazione a pagamento” verso paesi terzi, in Africa, escogitata da Israele per disfarsi progressivamente dei profughi arrivati negli ultimi anni; la politica di chiusura, un’autentica barriera in mare, adottata dall’Australia, con l’aggiunta di una “deportazione a pagamento” simile a quella adottata in Israele, in questo caso verso la Cambogia, per non dire delle pesanti accuse formulate dalla polizia indonesiana, secondo le quali il governo di Canberra sarebbe addirittura arrivato a pagare in mare degli scafisti per dirottare un barcone di migranti verso l’Indonesia.
Gli esempi si moltiplicano. Ma alzare muri equivale a non aver capito, a non capire, che cosa significa in realtà “Europa”. Il presidente dell’Ungheria è arrivato a dire di aver innalzato il suo muro per difenderla, l’Europa. Lo stesso ha dichiarato sostanzialmente nei giorni successivi quello dell’Estonia, presentando a sua volta un progetto di “chiusura” dei confini verso est. Non si rendono conto, loro e tutti coloro che condividono e attuano questa scelta, di essere all’esatto opposto dell’idea e dello spirito che hanno guidato i padri fondatori dell’Europa Federale: Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni che hanno concepito il Manifesto di Ventotene; Conrad Adenauer, Charles De Gaulle, Alcide De Gasperi, che a questa idea hanno fatto muovere i primi passi. Loro, i padri fondatori, non volevano un’Europa chiusa, una fortezza impenetrabile: sognavano un’Europa libera, democratica, solidale, aperta a tutti, decisa a sostenere come principio base la difesa dei diritti fondamentali dell’uomo. Di tutti gli uomini.
Troppo spesso questi principi vengono dimenticati, rimossi. Forse per una forma di cattiva coscienza. Perché l’Europa e l’Occidente non possono non sapere che buona parte dei “punti di crisi” da cui fuggono i profughi sono causati proprio dalle politiche da loro stessi condotte nel Sud del mondo: per interessi economici, commerciali, strategici, di controllo, di egemonia. Non possono non sapere, in una parola, che le dittature che governano e le guerre che si combattono in Africa e in Asia, talvolta con il conseguente fallimento di interi Stati, hanno in realtà le radici nel Nord del mondo: nella stessa Europa, in America, ecc. Si potrebbero citare decine di casi. Mi limito a tre, i più attuali e tra i più gravi:
Siria. Ferme restano le enormi, pesantissime responsabilità del presidente Assad, l’Occidente – direttamente o tramite Stati “amici” o alleati – ha fornito milioni di dollari in armamenti e addestramenti ai ribelli, spesso senza alcun reale controllo, per cercare di abbattere il regime. Una strategia che, finora, non ha dato risultati, mentre il paese è piombato nel caos di una guerra di tutti contro tutti, dove sembrano prevalere, tra l’altro, le milizie fondamentaliste dello Stato Islamico e di Al Qaeda rispetto alle formazioni combattenti degli “oppositori moderati”. Come stupirsi, allora, che ci siano milioni di profughi? E come non avvertire la responsabilità di accoglierli e aiutarli?
Eritrea. La mia Eritrea vive sotto l’incubo di una delle più feroci dittature del mondo. Non è un mio giudizio: mi limito a riferire i risultati del recente rapporto della Commissione d’inchiesta Onu sui diritti umani, presentato a Ginevra il 26 giugno scorso. L’Unione Europea non può non saperlo. Eppure si ostina a trattare con il dittatore che per giudizio unanime ha ridotto il paese a uno Stato-prigione. A trattare e ad inviargli finanziamenti, contribuendo di fatto a rafforzarne il regime. Come stupirsi allora se i giovani eritrei scelgono di fuggire? Tantissimi giovani eritrei: in pratica due intere generazioni.
Afghanistan. E’ una guerra infinita, la più lunga degli ultimi tempi. Solo l’ultima fase, quella dell’intervento diretto degli Stati Uniti e dei suoi alleati, dura dal 2003. Più volte ne è stata annunciata la fine, asserendo che il paese era ormai stabilizzato e il governo di Kabul si avviava a controllare la situazione. La realtà è tutt’altra. A confermarlo è il numero crescente di profughi afghani costretti a fuggire, soprattutto verso la Turchia e l’Europa: a fine luglio se ne contavano 77.700 contro i 58.500 dell’intero anno 2014. Alla luce anche delle ultimissime notizie che arrivano da Kabul, come stupirsene?
Dicevo che l’Europa e l’Occidente sanno bene tutto questo. Lo sanno ma non intervengono. Spesso questi mancati interventi sono giustificati con la “necessità di non ingerenza”. Eppure non ci si pongono problemi di “non ingerenza” quando, in nome di una assurda, inaccettabile realpolitik, vengono aiutati, direttamente o di fatto, gli stessi dittatori che opprimono e costringono il loro popolo a fuggire. Aiutati contro il loro stesso popolo, contro gli uomini e le donne a cui è negata ogni forma di libertà, ogni prospettiva di futuro, spesso la vita.
Quale può essere allora la soluzione? Intervenire anche a costo di provocare una  nuova guerra? No: la chiave è un cambio radicale della politica condotta dal Nord del mondo nei confronti del Sud. Dei “potenti della terra” nei confronti degli “ultimi della terra”, come ha più volte ammonito anche Papa Francesco il quale, fin dal suo discorso di insediamento, ha parlato della necessità di “andare verso le periferie” e non certamente per caso ha scelto per il suo primo viaggio pastorale la piccola isola di Lampedusa, la “porta d’Europa” in mezzo al Mediterraneo per migliaia e migliaia di disperati in fuga dall’Africa e dal Medio Oriente.
A queste argomentazioni si suole rispondere che si tratta di “buone intenzioni” e di “teoria”, ma che la realtà politica è un’altra cosa. Ma se la “realtà politica” è quella che ha prodotto il disastro a cui stiamo assistendo, che senso ha difenderla, continuarla, presentarla come l’unica soluzione concreta possibile?
Il punto è avere il coraggio di cambiare nel rispetto reciproco. E il primo passo credo sia quello di porre alla base della politica, come principio irrinunciabile, l’osservanza dei diritti umani, anteponendola agli interessi economici, geo-strategici, alla volontà di egemonia o peggio di dominio. In altri termini, quello che conta è porre l’uomo e il suo lavoro al centro di ogni scelta. Non è “buonismo” come si usa dire: ci sono fior di economisti che propongono questa soluzione per un mondo più giusto e più libero.
Ci vuole tempo? Certo che ci vuole tempo: nessuno si illude del contrario. Ci vogliono tempo e fatica. Ma si possono mandare segnali importanti da subito. Da oggi stesso. Segnali che indichino una vera inversione di tendenza, rilancino la speranza e comincino a risolvere la tragedia dei profughi, che è la spia più evidente della crisi attuale dei diritti umani. Habeshia, l’agenzia che presiedo, ha più volte indicato questa strada all’Unione Europea. Cerco di riassumerla.
– Una politica europea unitaria sull’emigrazione, basata su un sistema unico di accoglienza, condiviso e attuato da tutti gli Stati dell’Unione, con parametri di trattamento e inserimento sociale dello stesso livello, ponendo fine all’attuale situazione basata su sistemi nazionali distinti e spesso estremamente diversi l’uno dall’altro, che vanno da standard di buon livello ad altri assolutamente inaccettabili.
– Canali umanitari, da attuare in caso di necessità con ponti aerei e navali, per le situazioni più pericolose, in modo da portare in salvo profughi e rifugiati esposti a particolari situazioni di rischio: Libia, Siria, ecc.
– Sistemi di immigrazione legale basati su una rete di “ambasciate aperte” dei vari Stati Europei, nei paesi di transito e prima sosta, dove poter presentare le richieste di asilo, in modo da sottrarre i profughi e i migranti forzati al ricatto dei trafficanti di esseri umani per poter raggiungere l’Europa.
– Ampliamento dei termini per il diritto di asilo: a parte guerre, persecuzioni, terrorismo, dittature, ecc. vanno inclusi anche disastri ambientali ed ecologici, carestia, miseria e fame endemiche, mancanza assoluta di prospettive per il futuro.
– Interventi per garantire condizioni di vita sicure e dignitose ai profughi che desiderano restare nei paesi di  transito o prima sosta e a quelli in attesa della risposta alle loro richieste di asilo. Vanno ovviamente coinvolti e aiutati, in questo programma, anche i governi locali degli Stati interessati. Almeno parte dei finanziamenti, oltre che dai fondi attualmente destinati ai governi da cui fuggono i profughi (vedi il caso Eritrea), potrebbero venire dai bilanci per la cooperazione.
– Isolamento delle dittature e revisione dei trattati politici ed economici, pretendendo dai partner il rispetto dei diritti umani e la garanzia di non sfruttamento dei lavoratori e in particolare del lavoro minorile.
– Eliminare la “finzione della democrazia”. Denunciare, cioè, le situazioni dove, sotto l’apparenza di un sistema elettorale libero e democratico, l’apparato decisionale politico ed economico è in realtà sotto il controllo di una ristretta elite, ovvero di apparati di potere che perpetuano eternamente se stessi (spesso con l’aiuto dell’Occidente), ignorando le esigenze e i problemi reali del paese.


E’ difficile? Certo che è difficile. Ma è una sfida da accettare senza esitazioni, perché sono in gioco i diritti fondamentali dell’uomo, il modo stesso dello “stare insieme” che si è data la democrazia. A non accettarla, questa sfida, si rischia di imboccare una strada in ripida discesa, alla fine della quale c’è il buco nero della negazione dei diritti fondamentali dell’uomo. Oggi tocca in particolare ai profughi e ai migranti. E domani?
Mi auguro che 2016 che sta per iniziare sia un anno di vera Misericordia, che il Signore ci doni dei Leader carismatici, con una Coscienza colma del timore di Dio e Amore per il prossimo. Uomini e Donne capaci di fare La Politica per cercare soluzioni ai gravi problemi che attanagliano oggi il nostro mondo, Uomini e Donne capaci di servire Dio nella società civile, divenendo strumenti di Pace.
Buon Anno Nuovo 2016 
don Mussie Zerai