sabato 19 luglio 2014

L’Eritrea della dittatura e l’Eritrea del popolo: quale sceglie l’Italia?

di Emilio Drudi

“E’ arrivato il momento di ricominciare. Sono venuto qui a testimoniare la volontà di rilanciare le relazioni bilaterali e provare a favorire un pieno reinserimento dell’Eritrea quale attore responsabile e fondamentale della comunità internazionale nelle dinamiche di stabilizzazione regionale”: è quanto ha dichiarato il vice ministro agli esteri Lapo Pistelli durante la sua recente visita ad Asmara al dittatore eritreo Isaias Afewerki. Tre i motivi posti alla base della sua iniziativa: riportare stabilità e “normalità” in un’area, il Corno d’Africa, sconvolta da tensioni, conflitti, rivolte, guerre civili, carestia; bloccare la fuga di centinaia di migliaia di profughi che cercano di salvarsi da questo disastro; gettare le basi per nuove occasioni di sviluppo: “L’Unione Europea – ha specificato in particolare Pistelli al quotidiano L’Avvenire – deve creare in Africa 500 milioni di posti di lavoro con l’agricoltura sostenibile e l’energia”.
“Ricominciare”, dunque. Anzi, nell’intervista rilasciata all’Avvenire il viceministro è stato ancora più categorico: “Dialogare con l’Eritrea – ha ammonito – è obbligatorio…”. Già, ma “ricominciare” e “dialogare” con chi? In realtà ci sono due Eritree: quella del dittatore Isaias Afewerki e l’altra, quella della gente. La gente della diaspora, le migliaia e migliaia di fuoriusciti ed esuli, e la gente che è segregata in un paese-prigione. Allora, si tratta di scegliere: con quale Eritrea “ricominciare”? Tutto dipende da questa scelta.
La prima strada, la più diretta e facile, è quella imboccata dal viceministro Pistelli: dialogare con Afewerki. Questo significa, però, legittimare la dittatura e ridare forza proprio a chi ha portato il paese allo sfacelo: “ricominciare”, cioè, con la causa prima e diretta dei problemi che si vorrebbero risolvere in Eritrea e con uno dei fattori più evidenti della dolorosa instabilità che travolge l’intero Corno d’Africa. Per di più, se si percorre questa via, come ha iniziato a fare l’Italia, bisogna tenere conto di almeno quattro enormi problemi.
Il primo, fondamentale per qualsiasi principio democratico, è che Afewerki è odiato o quanto meno mal sopportato dalla maggioranza della popolazione eritrea. Gli altri tre non sono meno importanti. La Chiesa cattolica nazionale, quasi a dar voce alla disperazione della gente, ha segnalato la situazione creata dal regime attraverso la lettera pastorale firmata da tutti i suoi vescovi in occasione dell’ultima Pasqua. Una denuncia che ha ricevuto proprio in questi giorni il totale sostegno del Consiglio Mondiale delle Chiese, con una risoluzione della Commissione Centrale riunita a Ginevra all’inizio di luglio. Ancora, terzo punto, la dittatura di Asmara è stata sfiduciata ed isolata ormai da anni da tutte le democrazie e anche dagli altri stati della regione. In una parola, dall’intera comunità internazionale. In particolare, l’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad nella sigla in inglese), formata dagli stati del Corno d’Africa, la accusa apertamente di sostenere e armare i ribelli dell’Ogaden e i gruppi fondamentalisti di Al Shabaab in Somalia. L’Onu conferma sostanzialmente questa denuncia ed ha istituito una commissione di inchiesta sulle violazioni dei diritti umani nel paese. La Svezia, stato membro dell’Unione Europea al pari dell’Italia, infine, proprio in queste settimane ha inserito Afewerki e alcuni suoi ministri in testa alla lista di personaggi perseguibili per crimini contro l’umanità in base a una nuova legge che consente a Stoccolma di aprire procedimenti giudiziari per questo genere di reati ovunque e contro chiunque si siano verificati.
Per dare corso all’apertura di credito manifestata da Pistelli nei confronti di Afewerki, allora, appare chiaro che si dovrebbero in qualche modo eliminare questi quattro pesantissimi ostacoli. E’ possibile? La risposta non può che essere negativa, a meno di non volersi tappare occhi, bocca e orecchi. E’ eloquente, del resto, quanto hanno detto le organizzazioni della diaspora all’indomani del viaggio del vice ministro ad Asmara: “Nel momento in cui i democratici eritrei sono in lotta contro la feroce dittatura che, violando ogni diritto umano e politico, insanguina il suo Paese e costringe il suo popolo alla fuga e alla morte; nel momento in cui un cerchio di solidarietà si va consolidando contro il regime della tortura e dello schiavismo; nel momento in cui l’isolamento politico e diplomatico di quella dittatura risulta la sola strada percorribile per ostacolare le violenze del dittatore e dei suoi accoliti, la notizia di questa sorta di apertura di credito da parte dell’Italia arriva come una doccia fredda…”. Non solo. Il viceministro mostra di ignorare che le cause della interruzione dei “colloqui” tra Italia ed Eritrea non nascono, come dice, dai trascorsi coloniali fascisti ma dal massacro dei diritti umani perpetrato dal regime. La diaspora non manca di ricordarglielo: “Ciò che sorprende di più – denuncia – è il silenzio di Pistelli e del ministero degli Esteri sulle vere ragioni umanitarie per le quali dal 1997 nessun rappresentante politico italiano si è più recato in Eritrea. Il raffreddamento delle relazioni politiche tra Roma ed Asmara non è dipeso ‘dalle recriminazioni storiche che ormai attengono, appunto, alla dimensione storica’, come afferma Pistelli nelle sue dichiarazioni: non dalla memoria di un colonialismo pur feroce terminato nel 1941, ma dalle violazioni continue di ogni diritto umano e politico che in Eritrea si compiono a danno della sua popolazione, costretta di conseguenza alla fuga dal paese”.
La realtà è che per quel “ricominciare” invocato da Pistelli occorre una pacificazione nazionale. Ma la pacificazione non può che partire dall’abbattimento della dittatura e dall’analisi di quanto è accaduto negli ultimi venti anni in Eritrea, con tutto quello che ne consegue: portare alla luce e denunciare le responsabilità individuali, istituzionali e politiche; punire almeno simbolicamente i colpevoli e comunque allontanarli dai posti di potere con una efficace epurazione; consentire il rientro della diaspora. Tutto ciò è impossibile con Afewerki al governo. Non resta, allora, che la seconda ipotesi: dialogare e ricominciare con “l’altra Eritrea”, quella dei fuoriusciti, degli esuli, dei perseguitati. Della gente. Non è una via facile neanche questa. Per due motivi: le divisioni che finora hanno impedito di costituire un Comitato di liberazione ufficiale e, di contro, la “forza” che ancora può vantare il regime.
Quanto alle “divisioni”, sicuramente ce ne sono ancora, ma appaiono in via di superamento. Può risultare decisiva, in questo senso, la recente presa di posizione della Chiesa cattolica: la lettera dei vescovi, nella quale si è riconosciuta gran parte delle forze di opposizione, sta diventando un punto di riferimento fondamentale. Potrebbe esserlo, anzi, anche per le cancellerie europee, offrendo quell’interlocutore “credibile” che la diplomazia occidentale ha detto finora di non aver trovato, come “alternativa” al regime. Regime – ed è il secondo punto della questione – che è in realtà molto meno saldo di quanto vuole apparire. Anzi, Afewerki probabilmente si mostra disponibile al colloquio aperto da Pistelli proprio perché sente che il suo potere sta franando. Nel paese si sono creati, infatti, diversi potentati autonomi, il cui unico collante è la conservazione e la spartizione del potere. Tra questi potentati, di primo piano è quello che sfrutta una fetta del traffico di esseri umani, fino al confine con l’Etiopia o con il Sudan: quel traffico di esseri umani che l’Italia dice di voler bloccare.
C’è, infine, un altro fattore da non sottovalutare nel momento in cui si decide di scegliere l’Eritrea di Afewerki piuttosto che quella della diaspora: la credibilità dell’Italia e dell’Europa di fronte al mondo. Il disastro, le decine di situazioni di crisi che stanno vivendo l’Africa e in generale il Sud del pianeta, dipendono in gran parte dalla fiducia e dalla protezione concesse dai governi occidentali ai vari “dittatori di turno”, calpestando libertà e diritti, in nome della realpolitik e di mega interessi economici spesso inconfessabili. Per trovare una soluzione percorribile occorre una inversione di rotta di 180 gradi, in modo da cominciare ad ascoltare la voce dei popoli invece di quella dei “colonnelli” che fanno comodo alle strategie di sottomissione di stampo coloniale attuate dai “potenti della terra” nei confronti dei paesi poveri ma ricchi di risorse o di grande importanza strategica: quei “colonnelli” così funzionali all’egemonia globale basata sullo sfruttamento degli “ultimi”.

Ecco, la scelta di dare fiducia e credibilità ad Afewerki va esattamente nella direzione opposta al cambiamento invocato. Non risolve i problemi ed elimina anzi ogni residua fiducia nell’azione dell’Italia e della stessa Europa. L’Eritrea di Afewerki è destinata prima o poi ad essere spazzata via da quella della diaspora, quella che si batte per la libertà. C’è da chiedersi, allora, quando ad Asmara avrà vinto la democrazia e si comincerà a costruire un paese nuovo, che cosa potrà mai dire l’Italia e come verrà considerata, se adesso si schiera con il dittatore, ignorando totalmente le voci della diaspora. Nel migliore dei casi verrà trattata con sospetto e freddezza. Perché i popoli sanno distinguere bene tra amici e nemici ed hanno la memoria lunga. Non a caso un vecchio detto popolare romano dice che a mettersi contro il popolo si finisce sempre per sbatterci il grugno.

giovedì 17 luglio 2014

JUSTICE FOR THE “DISAPPEARED PEOPLE ” OF THE MEDITERRANEAN



It is a tragic routine that has been happening already for too many years, which conjures images of ships full of people in inhumane conditions, shipwrecks, death and desperation. The future of those who make it to the Italian coast is detention in concentration camps of all kinds, and the difficulties of seeking asylum. And those who succeed in getting the documentation, are simply abandoned to themeselves. It is a sad state of affairs when societies get used to it, look for scapegoats, and respond with security measures. Behind the news, the figures , are men, children and women whose human rights must be respected. Yet, they suffer violations and deprivation when thy are turned into material for political dialectics, a contentious issue in electoral campaigns, blurry images of a video that shows them dead and embraced with each other in the depths of the Mediterranean Sea. Confronted with the suffering of others we should be able take a position. The dead of today are only a link in a long chain that started as far as we- Italians - are concerned, with the sinking of a ship loaded with Albanians by the Italian Navy in 1997.
These deaths are the side effects of an international context where the greed to get natural resources by a few generates misery, ecological disasters, wars, and increased weapon production, both conventional and nuclear.
The migration of many who come traveling thousands of miles to get to the shores of the Mediterranean Sea is a direct result of this situation. But those many are only part of the many more who are – on the one hand - forced to leave their countries of origin, and on the other, stopped by the European Union's policies on immigration, the effect of bilateral agreements between the EU and countries on the Southern shore, whose governments are not always democratic. Many others will be captured and returned to the authorities in their countries or simply will die of starvation and thirst in the ocean or in the Sahara desert. All this happens in the context of the FRONTEX program.
Operation "Mare Nostrum" (Our Sea), while providing first aid to thousands of people, has evident limitations, being the beginning of a route that condemns refugees and migrants to being invisible or simply missing.
This perverse spiral of violence has generated tens of thousands of victims. Indignation is not enough, not even the law and the use thereof have been able to ensure truth and justice to the families of the victims . Nobody has been made responsible for these atrocities neither civilian nor government and institutions. It is the political vision of states, the European Union, the United Nations, that are responsible for generating the disappearance of those who venture the desert or the Mediterranean ocean. This can no longer be hidden: this great frontier is a wall that contains and filters humanity, violating peoples' fundamental rights, generating hierarchies and exploitation. In a few words, the Mediterranean is the black hole of Europe, a continent that doesn't know how to be in solidarity or doesn't want to be, obsessed as it currently is with borders control, encouraged by nationalism, racism and xenophobia.
Obsession for security and racism are two sides of the same coin and can only be defeated using the instruments of law and politics. We, activists, representatives of migrant organizations, relatives of the “disappeared” , jurists, members of civil society, say that this situation can no longer be tolerated. Therefore we ask governments, the European Union, international organizations, movements, NGOs, and all those who care about the dignity and rights of people to stop this situation. We do it now in the very moment when the Italian government assumes the presidency of the European Union because we believe that the respect and defense of human rights should be the foundation of the European project, and these must be reaffirmed and defended permanently.
It is time to clarify responsibilities and attribute them to the right people. In this direction, we propose the establishment of an international tribunal of opinion, similar to the Russell Tribunal and the Peoples' Permanent Tribunal , that would give the relatives of the “disappeared” migrants the possibility to offer their testimonies and representation. This tribunal must be empowered to represent the victims on all legal institutions at the local, national, community, European and international level. We want to know the truth, denounce those responsible of atrocities and deliver justice to the victims and their relatives.
We demand the right to be informed about the agreement on the control of the borders between the European States and other countries and what is expected of those countries; about military and police cooperation between the countries of origin and transit of migrants; about the rules of contracting and establishment of police forces and units that confront what they call "clandestine migration"; we want to know the real engagement of those forces and units in the tragedies suffered by migrants; we want to know about detention and control camps located in transit countries.
We have to stop the misinformation and disinformation cycles that generate indifference and impotence. We have to unite peoples to be able to listen, in the first place, the voices of those directly affected by these policies: refugees, migrants, victims and witnesses.
We demand that the European Union use all necessary means to stop this massacre, establishing a common policy for asylum and welcoming, to open channels for people escaping situations of conflict or grave violations of human rights so that thousands of migrants don't fall prey to oppression and exploitation by human traffickers.
We asked the European Union and the European Parliament and Member States to form commissions to investigate the situation of the missing and also that the Convention of the U.N. On the Rights of Migrant Workers and Their Families be signed and ratified. We also ask that Law 2008 known as the Directive for Repatriation be abolished, because of its shameful and repressive character.

We also ask that all institutions work to guarantee the right of the victims to be identified and to offer their relatives a place of mourning, in the ultimate attempt to ensure the rightful human dignity of the “disappeared”.

mercoledì 9 luglio 2014

GIUSTIZIA PER I NUOVI DESAPARECIDOS


Comunicato

GIUSTIZIA PER I NUOVI DESAPARECIDOS

È una tragica routine che si ripete ormai da anni. Immagini di barconi pieni di persone stipate in condizioni disumane, naufragi, morte e disperazione. Noi attivisti, rappresentanti di associazioni di migranti, famiglie dei nuovi desaparecidos, giuristi ed esponenti della società civile riteniamo tutto ciò intollerabile.
Per questo ci rivolgiamo ai governi, all'Unione Europea, agli organismi internazionali, ai movimenti, alle organizzazioni non-governative e a tutti coloro che hanno a cuore la dignità e i diritti delle persone. Lo facciamo all'apertura del semestre italiano di Presidenza dell'Unione Europea perché crediamo che il rispetto e la tutela dei diritti umani, che dovrebbero essere il fondamento del progetto europeo, debbano essere costantemente riaffermati e difesi.
Proponiamo la convocazione di un Tribunale Internazionale di opinione che offra alle famiglie dei migranti scomparsi un'opportunità di testimonianza e rappresentanza; contribuisca ad accertare le responsabilità e le omissioni di individui, governi e organismi internazionali; e fornisca uno strumento per l’avvio di azioni avanti agli organi giurisdizionali nazionali, comunitari, europei e internazionali. Vogliamo ricostruire la verità, sanzionare i responsabili e rendere giustizia a vittime e familiari. Tutto ciò anche nella prospettiva di una diversa, più umana ed efficiente politica di accoglienza, comune e condivisa da tutti gli Stati dell’Unione Europea, e di un nuovo rapporto del Nord nei confronti del Sud del mondo, in modo da porre fine alle situazioni di crisi, guerra e persecuzione che costringono migliaia di persone ad abbandonare il proprio paese.
Chiediamo che le istituzioni si impegnino a garantire con tutti gli strumenti disponibili il riconoscimento dell’identità delle vittime, offrendo ai loro familiari un luogo di raccoglimento e cordoglio che restituisca dignità alle persone scomparse.
Dobbiamo interrompere il ciclo di disinformazione che si fa indifferenza e impotenza. Perciò rivendichiamo il diritto ad essere informati anche sulle forme di cooperazione militare e di polizia instaurate tra gli Stati europei e i paesi di origine e transito dei migranti. Ma occorre mettere insieme una molteplicità di attori, ascoltando, in primo luogo, la voce dei diretti interessati, gli esuli e i migranti, le vittime e i testimoni.
Mercedes Frias, Enrico Calamai, Arturo Salerni, Tsegehans Weldeslassie, don Mosè Zerai e Mehrzia Chargi, madre di un ragazzo tunisino scomparso, presenteranno il nostro appello, che sta raccogliendo molte adesioni, alla conferenza stampa che si terrà il giorno 10 luglio alle ore 11:30 a Roma, presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati, in Via della Missione 4.
In questa occasione il numero dei partecipanti sarà limitato dalla capienza della sala, ma stiamo già organizzando per settembre un’assemblea pubblica che possa garantire la partecipazione di tutti coloro che vorranno dare il proprio contributo.



Il Comitato “Giustizia per i nuovi desaparecidos”٭

Roma, 7 luglio 2014





٭ Andrea Amato, Mario Angelelli, Claudio de Fiores, Emilio Drudi, Mercedes Frias, Gianluca Gatta, Francesco Martone, Pasqualina Napoletano, Mauro Palma, Edda Pando, Sara Prestianni, Lucy Rojas, Arturo Salerni, Alessandro Triulzi, Fulvio Vassallo Paleologo, Tsegehans Weldeslassie, don Mosè Zerai, Carolina Zincone.

L’ultima tragedia al largo delle coste libiche fa ULTERIORMENTE aumentare il numero di morti nel Mediterraneo

UNHCR

Briefing bisettimanale alla stampa

08 luglio 2014

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- L’ultima tragedia al largo delle coste libiche fa ULTERIORMENTE aumentare il numero di morti nel Mediterraneo
Una madre siriana e i suoi due figli (di  tre e i sei anni) sono tra le ultime persone ad aver perso la vita nel tentativo di attraversare il Mediterraneo dalla Libia.
Lunedì 7 luglio la guardia costiera libica ha informato l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) di aver recuperato 12 corpi da una barca che aveva subito un incidente, avvenuto probabilmente domenica 6 luglio. Tra le vittime si contano tre siriani, tre cittadini eritrei e altri sei africani di nazionalità ancora da determinare. Si ritiene che l’imbarcazione, che aveva una capienza di circa 200 persone e che però probabilmente ne portava molte di più, si sia capovolta al largo delle coste di Tripoli. Le operazioni di ricerca e soccorso sono ancora in corso e la sorte delle altre persone che potevano essere a bordo della nave è tuttora sconosciuta.
Con questa ultima tragedia si stima che dall’inizio del 2014 circa 217 persone siano annegate al largo della coste libiche nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. Queste vittime vanno ad aggiungersi ad almeno altre 290 persone morte o disperse a causa di incidenti in barca nelle acque al largo dell'Italia, della Turchia e della Grecia. Il bilancio dei morti nel Mediterraneo dall’inizio dell’anno è di 500 persone.
L'UNHCR esprime soddisfazione per le operazioni di ricerca e soccorso realizzate dalle autorità governative, ma richiede che tali operazioni vengano ulteriormente rafforzate, in particolare nelle zone ad alta concentrazione di attraversamenti in barca. L’Agenzia sta anche sollecitando gli Stati in tutto il mondo affinché individuino alternative legali ai pericolosi viaggi in mare, come ad esempio l’incremento dei ricongiungimenti familiari, procedure per il reinsediamento piu’ veloci e ammissioni umanitarie. I governi sono inoltre invitati a evitare misure punitive o deterrenti, tra cui la detenzione di persone in cerca di sicurezza.
I funzionari dell’UNHCR di Tripoli e Bengasi hanno registrato quasi 37.000 richiedenti asilo e rifugiati; tra di essi, i siriani costituiscono il gruppo più numeroso (18.655), seguiti da eritrei (4.673), somali (2.380) e iracheni (3.105). Tuttavia non tutti i richiedenti asilo sono registrati. Molti richiedenti asilo vivono in condizioni precarie, in sistemazioni sovraffollate con scarso accesso legale al lavoro, e sono stati colpiti dai disordini attualmente in corso in Libia, che li hanno costretti a spostarsi ulteriormente.
 
- Thailandia: l’UNHCR condanna la deportazione di un rifugiato del Laos
L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) esprime disappunto per la deportazione dalla Thailandia nella Repubblica democratica popolare del Laos di un rifugiato riconosciuto dall'UNHCR; nel Laos il rifugiato potrebbe subire maltrattamenti equivalenti a persecuzione.
Secondo le informazioni confermate questa settimana da parte delle autorità tailandesi, la deportazione di questo ex leader Hmong laotiano ha avuto luogo il 13 giugno.
Sin da quando era stato posto in arresto nel marzo 2013, l'UNHCR aveva esortato il governo reale tailandese a non rimpatriarlo. Considerato il suo alto profilo, l'UNHCR esprime grave preoccupazione per i rischi in cui incorrerà ora che è stato rimandato in Laos.
La deportazione viola il principio di non-refoulement, ovvero il divieto di praticare ritorni forzati, sancito dal diritto internazionale consuetudinario. Questo principio è vincolante per tutti gli Stati e impedisce di inviare un rifugiato in un paese dove la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate. Il ritorno di una persona in un paese in cui potrebbe incorrere nel rischio di tortura è vietato anche ai sensi della Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, di cui la Thailandia è firmataria.
L'UNHCR si appella alle autorità tailandesi affinché tengano fede alle proprie responsabilità ai sensi del diritto internazionale e garantiscano il pieno rispetto dei diritti delle persone bisognose di protezione internazionale.
La Thailandia continua a ospitare generosamente più di 128.000 rifugiati e richiedenti asilo che vivono per la grande maggioranza all’interno di nove rifugi temporanei/campi lungo il confine con il Myanmar.

 
Per ulteriori informazioni:
Carlotta Sami - Cell +39 3356794746 Fax +39 06 80212325
Ufficio stampa - 06 80212318/33 - 331 6355517
Twitter:
UNHCRItalia   CarlottaSami
www.unhcr.it

Israeli authorities use unnecessary force to quash protest of detained asylum seekers

Israeli authorities use unnecessary force to quash 
protest of detained asylum seekers

·         Around 1000 asylum seekers left Holot detention center in the Negev and marched to the Egyptian border, protesting their indefinite detention.
·         Israeli authorities used unnecessary force during violent arrests of protestors camped by the Egyptian border.
·         756 of the protestors are currently imprisoned in Saharonim prison, some still without a hearing after nine days in unlawful detention. Those injured complain of inadequate medical treatment.
What you can do to help?
In your contacts with the Israeli authorities, we encourage you to ask for independent, full and transparent investigation into the arrests and ensure that those found to have used unnecessary force against the protestors are brought to justice. Please urge the authorities to ensure that protestors have access to a fair and transparent judicial process and that those who were injured have access to adequate medical treatment. Finally, urge the Israeli government to cancel Amendment 4 of the Anti-infiltration Law, which allows for indefinite detention of asylum seekers in contradiction with Israel's international obligations.
The Israeli Prime Minister's Office is heavily involved in setting Israeli policies regarding refugees and asylum seekers. You may also wish to discuss this issue with your relevant contacts at the Ministries of Justice, Interior, Foreign Affairs, and Internal Security.

***
On Friday 27 June 2014, about 1,000 asylum seekers left Holot detention center and began marching towards the Israeli-Egyptian border. Many of them were carrying luggage and money. They were quickly stopped by IDF forces and subsequently camped a few hundred meters back at 'Nitzana Forest'.
Under Amendment 4 of the Anti-Infiltration Law, asylum seekers are detained indefinitely in Holot. Their only way out of detention is to agree to be "voluntarily" repatriated to Sudan or Eritrea, or to a third country such as Uganda or Rwanda. Such de facto deportations are in violation of the principle of non-refoulement and are unlawful with regard to international standards, whether or not they are conducted under bilateral transfer agreements.
One of the asylum seekers on the march told an Amnesty International Israel (AII) observant: "We have been in Israel for 6 years and asked for asylum. No one has examined our claims. People have now been in Holot for 6 or 7 months. Conditions there are very bad. A lot of people suffer from depression and are unable to cope. We know that the Israeli government calls it an open facility. But it is a prison. We cannot take it any longer."
On Sunday, 29 June 2014, around 18:00, hundreds of security forces, including Israeli Border Police and other police forces, accompanied by immigration authorities, arrived at the scene and surrounded the protestors. Some police were on horseback and forces were equipped with a water cannon. Yossi Edelstein, Director of the Population Administration's Foreign Workers' Enforcement Unit (part of the Ministry of Interior), was present. The police officer in charge publicly announced to the protestors that if they were to willingly evacuate the premises, no violence would be used against them.
At 19:15, security forces began the evacuation. An AII observer reported that evacuating forces dragged protestors on the ground, and used unnecessary force against at least half of them, including punches and kicks to various parts of the body.
One of the asylum seekers later told Hotline for Refugees and Migrants (HRM) from Saharonim prison: "When we were in Nitzana, […] we agreed that regardless of what the police do to us, we would not be violent. When the police came to take me […] I only said "we are not going from here". Maybe because I am big and tall, a few policemen or [Immigration] inspectors attacked me […] four Ethiopian policemen [of Ethiopian descent] hit me and three others who were not Ethiopian […] they threw me on the ground and pushed my head to the ground with their legs. One of the Ethiopian policemen called me wäsha, which means dog in Amharic. I now suffer from severe pain to the neck, both sides [of the body] and my arm. I want to see a doctor and receive pain killers."
Please see attached file for more testimonies.
According to information gathered by Physicians for Human Rights-Israel (PHR), a total of eight asylum seekers required medical treatment during and following the arrests. Three were subsequently transferred to Soroka Hospital in B'eer Sheva: one with an injured knee, one with diabetes-related symptoms and a third person suffering from breathing difficulties. Of the five others (two who fainted, one with a broken finger, and two with pain in the stomach), three were transferred to Holot and two to Saharonim.
A total of 756 protestors were taken to the Saharonim. HRM has been in regular contact with many of the detainees. Under Amendment 4 of the Anti-Infiltration Law, detainees should undergo a hearing in Holot prior to their imprisonment in Saharonim. However, protestors were taken directly to Saharonim and some of them are still waiting for their hearing, nine days after the arrests. . Those who have undergone a hearing received a three-month sentence, with some sentenced to six months in prison.
This is not the first time that the Israeli authorities use unnecessary force against protesting asylum seekers. On 17 December 2013, the Israeli authorities violently arrested around 200 asylum seekers who marched to Jerusalem shortly after the introduction of the current legislation. Two days later, 75 asylum seekers who left Holot were violently stopped by Immigration authorities
Relevant International standards
According to the UN Basic Principles on the Use of Force and Firearms by Law Enforcement Officials, officials must apply non-violent means before resorting to the use of force which should be used only when non-violent means have proven to be, or are likely not to be, effective.[1] If the use of force is unavoidable, they must always exercise restraint in its use.[2] The use of any force by law enforcement should be strictly limited to those situations where it is absolutely necessary and strictly proportional to the legitimate aim pursued and to minimize damage and injury.
Israel has ratified the 1951 UN Refugee Convention and its 1967 Optional Protocol as well as the International Covenant on Civil and Political Rights. Under these and additional international obligations, Israel is required to individually assess claims for international protection in a fair and transparent manner and provide asylum for those deserving of such status. Detention should only be used as a last resort; all individuals detained must undergo an individualized assessment justifying their detention and adhering to standards of necessity and proportionality. 

Footage from the arrests:


[1] UN Basic Principles on the Use of Force and Firearms by Law Enforcement Officials, Eighth United Nations Congress on the Prevention of Crime and the Treatment of Offenders, Havana, 27 August to 7 September 1990, UN Doc. A/CONF.144/28/Rev.1 at 112 (1990), General Provision 4.
[2] UN Basic Principles, General Provision 5.

The Central Committee of the World Council of Churches, meeting in Geneva, Switzerland, 2-8 July 2014, therefore:


Statement on the state of human rights in Eritrea
Over the past years, the ecumenical family has received various accounts of the deteriorating state of human rights in Eritrea and on-going reports of serious violations of human rights by the Eritrean authorities against their own population, as well as the alarming number of civilians, especially youth, fleeing Eritrea as a result of these violations.
There is a high level of lack of freedom in the country, aggravated by the arbitrary arrest and detention, including enforced disappearances and incommunicado detention of persons for suspected infractions being perceived as critical of the Government.
Media is state-owned and does not leave any room for independent media. There is no independent judiciary, and individuals are detained without any due process. There are no political parties, nor any unions to protect workers’ rights. There is no right of association, or to demonstrate peacefully. No public meetings are allowed. No human rights defenders are allowed to operate within Eritrea; and most NGOs have been expelled from the country. As a result of drought and famine, food is rationed and controlled by the government.
There is no religious liberty. Authorities have stripped the Eritrean Orthodox Patriarch of his ecclesiastical authority and have placed him under house arrest since 2005, after he protested against the detention in November 2004 of three Orthodox Priests from MedhaneAlem Church.
We have all sadly witnessed the death of more than 300 Eritreans in October 2013 during the Lampedusa boat tragedy. Indeed, many Eritrean refugees – both women and men – who seek to avoid forced military conscription are fleeing their country in search for a sanctuary, often at the peril of their own lives.
Over the past decade, hundreds of thousands of Eritreans have fled their country to seek sanctuary in neighbouring Ethiopia and Sudan, often at great personal risk. In their journey to a better and safer place, many of them have become easy targets for traffickers, and consequently face horrifying experiences, such as torture, being held hostage against a ransom, or routine rape for women and girls. For those who take the northern route through Egypt to reach Israel, they often end up being captured by Bedouin traffickers in the Sinai desert and are daily abused and tortured while family and friends are repeatedly pressured with exorbitant ransom requests.
In view of these harsh realities in the country, the Catholic Bishops of Eritrea issued a pastoral letter on 25 May 2014 which has been fully endorsed by the Eritrean Orthodox Church in the Diaspora.

The Central Committee of the World Council of Churches, meeting in Geneva, Switzerland, 2-8 July 2014, therefore:
A.     Expresses deep concern over the degrading state of human rights in Eritrea and the impact on the lives of thousands of innocent Eritreans;
B.      Commends the initiative taken by the Catholic Bishops of Eritrea for letting the world know the existing realities and the consequent tragedies;
C.      Calls on member churches of the World Council of Churches in neighbouring countries and beyond to cooperate on the issue of trafficking in human beings in the Sinai desert that is costing the lives of many innocent daily;
D.     Standsin solidarity with His Holiness Patriarch Antonios and his ideals of non-political interference in the church affairs;
E.      Appealsto the government of Eritrea to release His Holiness Patriarch Antonios from house arrest and allow him to travel freely;
F.       Calls on the Government of Eritrea to treat prisoners with dignity and to assure that they are given fair trials;
G.     Expresses grave concern by the arbitrary arrest and detention, including forced disappearances and incommunicado detention of persons for suspected infractions being perceived as critical of the Government;
H.     Urges the government to adhere to the obligations of Eritrea under the International Covenant on Civil and Political Rights, and the African Charter on Human and Peoples’ Rights and the African Charter on the Rights and Welfare of the Child.