lunedì 14 novembre 2016

Situazioni a rischio: Appello alla comunità internazionale


L’Europa continuana a costruire “barriere” giuridico legali o politiche nei confronti dei profughi: trattati per il controllo dell’immigrazione e i rimpatri forzati con vari Stati africani e del Medio Oriente; accordi bilaterali tra Stati o addirittura tra polizie (come nel recente caso del Sudan) per attuare in concreto quei trattati; misure sempre più restrittive per la concessione dell’asilo o di altre forme di protezione internazionale; respingimenti di massa; procedure di identificazione sommarie negli hotspot come anticamera di “riconsegna” agli Stati di provenienza o di transito; “pratiche” sempre più lente e incerte per i ricongiungimenti familiari e ostacoli frapposti da varie ambasciate anche quando le richieste sono state accolte dal Ministero dell’Interno; mancanza pressoché totale di corridoi umanitari anche in situazioni di grave pericolo.
Questa politica – come già denunciato in varie occasioni – “produce” di continuo nuove situazioni ad alto rischio o conferma e aggrava quelle già segnalate in passato e mai risolte. Di seguito la descrizione sommaria di alcuni di questi casi, che sottoponiamo all’attenzione dell’Unhcr, chiedendo di fare tutto quanto è possibile per trovare una soluzione, d’intesa con Bruxelles e le cancellerie degli Stati Ue ma anche con i Governi dei paesi africani interessati.


– Sud Sudan
E’ l’ultimo allarme pervenuto all’agenzia Habeshia, frutto del forte aggravamento di una situazione già denunciata. Nel centro accoglienza di Mba Kandu, posto sotto le insegne dell’Unhcr, nel comprensorio di Yambiyo, centinaia di profughi di varia nazionalità (eritrei, etiopi, somali, con numerose donne e bambini) sono in balia dei miliziani che si contendono il controllo della zona, un’area strategica vicino al confine con il Congo. Nei giorni scorsi gruppi di guerriglieri, dopo aver sopraffatto il piccolo presidio di guardia, hanno fatto irruzione nel complesso, saccheggiando tutto quello che potevano e, soprattutto, sequestrando alcune ragazze. La persona che ha chiesto aiuto ad Habeshia con un telefono cellulare ha detto di non sapere che fine abbiano fatto quelle poverette. Ogni giorno i profughi vivono nel terrore che raid analoghi possano ripetersi. Qualcuno di loro ha proposto di fuggire in massa ma non è stato e non è tuttora possibile: quei profughi non saprebbero dove andare e comunque non sono in grado di attraversare, con donne e bambini, una regione infestata di miliziani e dove infuriano i combattimenti e gli scontri a fuoco.


Occorre garantire la protezione del campo, magari con truppe Onu, oppure organizzare un canale umanitario per evacuarlo e trasferire quei profughi in un posto più sicuro, magari fuori dal Sud Sudan.
Riferimento telefonico: Agenzia Habeshia 338.4424202 – 0041.765328448

– Sudan
Dalla tarda primavera scorsa si sono moltiplicati gli arresti di profughi, soprattutto eritrei. E’ un’operazione sistematica, iniziata con vaste retate a Khartoum e nelle altre città principali e proseguita poi nella fascia settentrionale del paese, lungo le strade e le piste che conducono verso la Libia e l’Egitto, per bloccare i migranti che cercano di passare o magari si avvicinano semplicemente al confine. Centinaia, forse migliaia di persone sono state rinchiuse nei centri di detenzione oppure nelle comuni carceri criminali in attesa di essere rimpatriate contro la loro volontà. Particolarmente grave è la situazione degli eritrei, che rischiano di essere riconsegnati alla dittatura dalla quale sono scappati, con la prospettiva di “sparire” nelle prigioni del regime o anche peggio. Tutto lascia credere che questo giro di vite impresso dal presidente Omar Al Bashir al problema migranti sia legato direttamente al Processo di Khartoum e all'accordo bilaterale tra le polizie italiana e sudanese che ne è seguito, firmato a Roma il 4 agosto scorso. A occuparsi dei controlli e degli arresti sono, tra l’altro, i cosiddetti “diavoli a cavallo”, la famigerata milizia fedelissima ad Al Bashir, tristemente famosa per le violenze di ogni genere perpetrate nella martoriata regione del Darfur. C’è anzi il pesante, fondato sospetto che i fondi stanziati dalla Unione Europea in favore del Sudan, giustificati con la necessità di migliorare “la sicurezza dei confini”, siano serviti in realtà a finanziare proprio questa milizia. Si tratta, è bene ricordarlo, di milioni di euro.

Chiediamo di intervenire al più presto per avere la garanzia che tutti i profughi attualmente detenuti non vengano rimpatriati contro la loro volontà e, nello stesso tempo, di trovare il sistema per chiederne la liberazione e creare dei corridoi umanitari per trasferirli in un paese sicuro.      
Riferimento telefonico: Agenzia Habeshia 338.4424202 – 0041.765328448


 Botswana e Tanzania.
Un folto gruppo di esuli eritrei corre il rischio di essere riconsegnato ad Asmara. Sono tutti campioni dello sport, fuggiti in occasione di trasferte all’estero delle rispettive squadre impegnate in competizioni internazionali.
Botswana. Nell’agosto del 2015 dieci componenti della nazionale di calcio, dopo una partita valida per le qualificazioni della Coppa del Mondo, hanno scelto di chiedere asilo politico, rifiutandosi di rientrare in Eritrea. Da allora, in pratica, nessuno si è più preoccupato della loro tutela e del loro futuro. Ormai sono allo stremo, mentre si moltiplicano le pressioni di Asmara perché il governo beciuano ne decreti l’espulsione e il rimpatrio forzato.
  

Tanzania. Il caso riguarda tre giovani, due dei quali ex giocatori della nazionale di beach volley. E’ una vicenda simile a quella del Botswana, ma molto più grave e urgente perché le autorità della Tanzania hanno rigettato le richieste di asilo.
I tre si chiamano Tedros Berhane Tesfay; Tesfom Simon Hadgiu; Gebregziabiher Weldu Muhur e si trovano attualmente a Dar Es Salaam.
La loro prima domanda, sottoposta all’ufficio dell’Unhcr in Tanzania, risale al 20 aprile 2015, alle ore 9,30. Nei giorni successivi è arrivata la risposta negativa da parte della Tanzania. Da allora la situazione è come in sospeso: una “spada di Damocle” sul futuro e la vita stessa di questi giovani rifugiati.
Entrambi i casi sono stati già sollevati nel maggio scorso. L’appello lanciato da Habeshia non ha avuto esito. In questi ultimi sei mesi la situazione, lungi dal migliorare, si è progressivamente aggravata e le minacce di un rimpatrio forzato si sono fatte sempre più pressanti.

Chiediamo all’Unhcr di intervenire sul Governo del Botswana e della Tanzania, attraverso la sua delegazione locale o africana, per scongiurare, come intervento immediato, il rischio di espulsione e riconsegna ad Asmara. Più in generale riteniamo che occorra organizzare dei canali umanitari per trasferire questi rifugiati  in paesi più sicuro, sottraendoli al rischio crescente di rimpatrio forzato.
Riferimento telefonico per il caso della Tanzania: 00393384424202


– Gibuti.
Nelle carceri di Gibuti è rinchiuso da anni un ex pilota militare fuggito dall’Eritrea con il suo aereo da combattimento per chiedere asilo politico. Il governo di Gibuti lo ha accolto ma contro di lui è iniziata una autentica “caccia” non solo da parte di Asmara, che ne chiede la riconsegna come disertore, ma anche di Addis Abeba, che ne ha sollecitato l’estradizione accusandolo di aver partecipato a bombardamenti indiscriminati sulle città etiopiche durante la guerra combattuta tra il 1998 e il 2000. Gibuti finora ha resistito alle pressioni delle due parti, ma ha pensato bene di arrestare quel pilota, con la giustificazione che sarebbe questo “l’unico modo efficace per proteggerlo”.
Il caso è stato già sollevato da Habeshia circa cinque mesi fa, insieme a quello di 19 prigionieri di guerra eritrei catturati nel giugno del 2008 e rimasti in carcere ben oltre la pace firmata nel 2010, dopo un conflitto lunghissimo e sanguinoso. La vicenda di quei 19 prigionieri si è risolta felicemente, con la liberazione e la consegna a un paese sicuro. Non così la storia del pilota esule, che paradossalmente sta scontando da anni il carcere solo per aver inseguito il suo sogno di libertà. Le sue condizioni anche fisiche sono sempre più precarie e c’è il timore che prima o poi Gibuti ceda alle richieste o di Asmara o di Addis Abeba.


Chiediamo un visto “umanitario” verso un paese sicuro. Il caso di questo pilota ha tutte le caratteristiche, infatti, per la concessione dell’asilo o quanto meno, della “tutela sussidiaria” internazionale perché la sua sicurezza personale sarebbe messa a rischio sia nel caso di consegna all’Eritrea che all’Etiopia e, d’altra parte, non è pensabile che possa restare ancora in prigione a Gibuti come se si trattasse di un criminale e non di un rifugiato politico.
Riferimento telefonico: Agenzia Habeshia 338.4424202 – 0041.765328448


– Libia.
I controlli sono stati intensificati e sono iniziati rimpatri di massa, senza porsi problemi sulla sorte che attende i profughi nei paesi d’origine. Si susseguono le notizie di continui blocchi e arresti di rifugiati e migranti, da parte della polizia e della Guardia Costiera libiche, sia durante le “marce” di avvicinamento alle sponde del Mediterraneo, sia lungo il litorale prima dell’imbarco, sia su gommoni intercettati all’interno delle acque territoriali della Libia e costretti a invertire la rotta.
Come nel caso del Sudan, il “giro di vite” deciso da Tripoli ha cominciato a concretizzarsi in concomitanza con la progressiva attuazione del Processo di Khartoum, al quale si ispira evidentemente anche l’accordo bilaterale firmato tra Roma e Tripoli nell’agosto 2016. Il principio guida sembra essere quello di fermare comunque profughi e migranti, per impedire che possano anche solo tentare di raggiungere l’Europa, confinandoli in Libia e negli altri paesi di transito e negando loro, di fatto, la possibilità di presentare richiesta di asilo, a prescindere dalla loro storia personale o dalle “ragioni individuali” e senza curarsi del destino oscuro e dei gravi rischi ai quali vengono esposti. In sostanza, un respingimento di massa, la cui attuazione pratica viene “appaltata” a terzi. Si tratta di una scelta che appare ai limiti, se addirittura non li supera, della legislazione internazionale sui diritti umani.

Chiediamo, come misura immediata, la garanzia che nessuno dei profughi fermati, di qualsiasi nazionalità, venga rimpatriato contro la sua volontà.
Più in generale, sollecitiamo l’abolizione e il superamento di tutti gli accordi e i trattati che di fatto hanno esternalizzato i confini della Fortezza Europa, affidandone la vigilanza agli Stati africani contraenti (Processo di Rabat, Processo di Khartoum, trattati di Malta e gli accordi bilaterali conseguenti).    

Riferimento telefonico: Agenzia Habeshia 338.4424202 – 0041.765328448

giovedì 3 novembre 2016

Sud Sudan: appello per l’evacuazione di profughi da zone di guerra


Campo profughi in balia dei miliziani:
garantire la sicurezza o l’evacuazione






“Il nostro campo è in balia dei miliziani. Non si tratta più solo dei pericoli legati ai combattimenti sempre più vicini. Ora ci sono incursioni e violenze all’interno del campo stesso in cui siamo rifugiati. E’ come un incubo: ci sentiamo abbandonati da tutti…”.

E’ l’ultimo grido d’aiuto arrivato all’agenzia Habeshia dal Sud Sudan. L’hanno lanciato decine di profughi eritrei, etiopi, somali, subsahariani alloggiati nel centro accoglienza di Mba Kandu, posto sotto le insegne dell’Unhcr, l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati, nel comprensorio di Yambiyo, una città con meno di 40 mila abitanti, lontana 600 chilometri da Juba, la capitale, ma al centro di una zona strategica importante e dunque molto contesa tra le truppe nuer ribelli e quelle dinka filo governative, perché passa da qui una delle principali strade che conducono al confine con il Congo, distante una quarantina di chilometri.

E’ già successo alcuni mesi fa. Già allora i profughi hanno chiesto di essere protetti o trasferiti in un luogo più sicuro, magari sotto la scorta delle truppe Onu presenti nel paese, nel timore che il campo venisse a trovarsi proprio al centro dei combattimenti. I tentativi di accordo condotti a Juba nel mese di luglio tra il presidente Salva Kiir e il capo dei ribelli, l’ex vicepresidente Riek Mashar, hanno portato a una illusoria tregua anche a Mba Kandu. Rotte le trattative  e ripresi gli scontri tra le milizie dinka e quelle nuer, però, la situazione è di nuovo precipitata rapidamente, fino all’emergenza estrema segnalata oggi.


L’episodio più grave si è verificato qualche giorno fa. “Dopo aver eliminato alcuni agenti delle forze di sicurezza – ha telefonato un profugo eritreo all’agenzia Habeshia – un gruppo di miliziani (non si sa di quale fazione: ndr) ha fatto irruzione nel campo, ha saccheggiato tutto quello che ha potuto e, prima di fuggire, ha rapito alcune ragazze. Non sappiamo dove quelle poverette siano finite. Da allora viviamo nel terrore: incursioni, violenze e sequestri analoghi possono verificarsi  in qualsiasi momento. La scorta del campo non è in grado di opporsi. I funzionari occidentali dell’Unhcr non si sono più visti da giorni: è rimasto soltanto il personale sudanese”.

Alla luce di questo appello disperato, l’agenzia Habeshia chiede

– Alla Comunità internazionale di accertare quanto sta accadendo a Mba Kandu e di garantire la sicurezza e la vita stessa dei profughi.
– All’Unhcr, responsabile campo, in particolare, di creare una rete di protezione efficiente e permanente oppure di organizzare un canale umanitario per portare in salvo prima possibile questi profughi, trovando poi il modo di attuare un programma di reinsediamento in uno Stato in grado di garantire una forma di protezione internazionale. Si tratta, infatti, in molti casi, di persone estremamente deboli e vulnerabili: uomini, donne e bambini in cerca solo di pace.
– Al segretario generale della Nazioni Unite Ban ki Moon, all’Unione Europea e alle cancellerie di tutti gli Stati Ue, di offrire la massima collaborazione possibile all’Unhcr in questa operazione e di intervenire anche presso le parti in lotta – il governo di Juba e i leader ribelli – perché rispettino l’internazionalità, la neutralità e la sicurezza di questo e di tutti gli altri campi profughi esistenti nel Sud Sudan.
  
don Mussie Zerai
presidente dell’agenzia Habeshia


Roma, 4 novembre 2016

giovedì 13 ottobre 2016

Child Migrants, the Vulnerable and the Voiceless

http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2016/10/13/0731/01616.html#en

Dear Brothers and Sisters,
“Whoever receives one such child in my name receives me; and whoever receives me, receives not me but him who sent me” (Mk 9:37; cf. Mt 18:5; Lk 9:48; Jn 13:20). With these words, the Evangelists remind the Christian community of Jesus’ teaching, which both inspires and challenges. This phrase traces the sure path which leads to God; it begins with the smallest and, through the grace of our Saviour, it grows into the practice of welcoming others. To be welcoming is a necessary condition for making this journey a concrete reality: God made himself one of us. In Jesus God became a child, and the openness of faith to God, which nourishes hope, is expressed in loving proximity to the smallest and the weakest. Charity, faith and hope are all actively present in the spiritual and corporal works of mercy, as we have rediscovered during the recent Extraordinary Jubilee.
But the Evangelists reflect also on the responsibility of the one who works against mercy: “Whoever causes one of these little ones who believe in me to sin: it is better for him to have a great millstone fastened round his neck and be drowned in the depth of the sea” (Mt 18:6; cf. Mk 9:42; Lk 17:2). How can we ignore this severe warning when we see the exploitation carried out by unscrupulous people? Such exploitation harms young girls and boys who are led into prostitution or into the mire of pornography; who are enslaved as child labourers or soldiers; who are caught up in drug trafficking and other forms of criminality; who are forced to flee from conflict and persecution, risking isolation and abandonment.
For this reason, on the occasion of the annual World Day of Migrants and Refugees, I feel compelled to draw attention to the reality of child migrants, especially the ones who are alone. In doing so I ask everyone to take care of the young, who in a threefold way are defenceless: they are children, they are foreigners, and they have no means to protect themselves. I ask everyone to help those who, for various reasons, are forced to live far from their homeland and are separated from their families.
Migration today is not a phenomenon limited to some areas of the planet. It affects all continents and is growing into a tragic situation of global proportions. Not only does this concern those looking for dignified work or better living conditions, but also men and women, the elderly and children, who are forced to leave their homes in the hope of finding safety, peace and security. Children are the first among those to pay the heavy toll of emigration, almost always caused by violence, poverty, environmental conditions, as well as the negative aspects of globalization. The unrestrained competition for quick and easy profit brings with it the cultivation of perverse scourges such as child trafficking, the exploitation and abuse of minors and, generally, the depriving of rights intrinsic to childhood as sanctioned by the International Convention on the Rights of the Child.
Childhood, given its fragile nature, has unique and inalienable needs. Above all else, there is the right to a healthy and secure family environment, where a child can grow under the guidance and example of a father and a mother; then there is the right and duty to receive adequate education, primarily in the family and also in the school, where children can grow as persons and agents of their own future and the future of their respective countries. Indeed, in many areas of the world, reading, writing and the most basic arithmetic is still the privilege of only a few. All children, furthermore, have the right to recreation; in a word, they have the right to be children.
And yet among migrants, children constitute the most vulnerable group, because as they face the life ahead of them, they are invisible and voiceless: their precarious situation deprives them of documentation, hiding them from the world’s eyes; the absence of adults to accompany them prevents their voices from being raised and heard. In this way, migrant children easily end up at the lowest levels of human degradation, where illegality and violence destroy the future of too many innocents, while the network of child abuse is difficult to break up.
How should we respond to this reality?
Firstly, we need to become aware that the phenomenon of migration is not unrelated to salvation history, but rather a part of that history. One of God’s commandments is connected to it: “You shall not wrong a stranger or oppress him, for you were strangers in the land of Egypt” (Ex 22:21); “Love the sojourner therefore; for you were sojourners in the land of Egypt” (Deut10:19). This phenomenon constitutes a sign of the times, a sign which speaks of the providential work of God in history and in the human community, with a view to universal communion. While appreciating the issues, and often the suffering and tragedy of migration, as too the difficulties connected with the demands of offering a dignified welcome to these persons, the Church nevertheless encourages us to recognize God’s plan. She invites us to do this precisely amidst this phenomenon, with the certainty that no one is a stranger in the Christian community, which embraces “every nation, tribe, people and tongue” (Rev7:9). Each person is precious; persons are more important than things, and the worth of an institution is measured by the way it treats the life and dignity of human beings, particularly when they are vulnerable, as in the case of child migrants.
Furthermore, we need to work towards protectionintegration and long-term solutions.
We are primarily concerned with adopting every possible measure to guarantee the protection and safety of child migrants, because “these boys and girls often end up on the street abandoned to themselves and prey to unscrupulous exploiters who often transform them into the object of physical, moral and sexual violence” (Benedict XVI, Message for the World Day of Migrants and Refugees, 2008).
Moreover, the dividing line between migration and trafficking can at times be very subtle. There are many factors which contribute to making migrants vulnerable, especially if they are children: poverty and the lack of means to survive – to which are added unrealistic expectations generated by the media; the low level of literacy; ignorance of the law, of the culture and frequently of the language of host countries. All of this renders children physically and psychologically dependent. But the most powerful force driving the exploitation and abuse of children is demand. If more rigorous and effective action is not taken against those who profit from such abuse, we will not be able to stop the multiple forms of slavery where children are the victims.
It is necessary, therefore, for immigrants to cooperate ever more closely with the communities that welcome them, for the good of their own children. We are deeply grateful to organizations and institutions, both ecclesial and civil, that commit time and resources to protect minors from various forms of abuse. It is important that evermore effective and incisive cooperation be implemented, based not only on the exchange of information, but also on the reinforcement of networks capable of assuring timely and specific intervention; and this, without underestimating the strength that ecclesial communities reveal especially when they are united in prayer and fraternal communion.
Secondly, we need to work for the integration of children and youngsters who are migrants. They depend totally on the adult community. Very often the scarcity of financial resources prevents the adoption of adequate policies aimed at assistance and inclusion. As a result, instead of favouring the social integration of child migrants, or programmes for safe and assisted repatriation, there is simply an attempt to curb the entrance of migrants, which in turn fosters illegal networks; or else immigrants are repatriated to their country of origin without any concern for their “best interests”.
The condition of child migrants is worsened when their status is not regularized or when they are recruited by criminal organizations. In such cases they are usually sent to detention centres. It is not unusual for them to be arrested, and because they have no money to pay the fine or for the return journey, they can be incarcerated for long periods, exposed to various kinds of abuse and violence. In these instances, the right of states to control migratory movement and to protect the common good of the nation must be seen in conjunction with the duty to resolve and regularize the situation of child migrants, fully respecting their dignity and seeking to meet their needs when they are alone, but also the needs of their parents, for the good of the entire family.
Of fundamental importance is the adoption of adequate national procedures and mutually agreed plans of cooperation between countries of origin and of destination, with the intention of eliminating the causes of the forced emigration of minors.
Thirdly, to all I address a heartfelt appeal that long-term solutions be sought and adopted. Since this is a complex phenomenon, the question of child migrants must be tackled at its source. Wars, human rights violations, corruption, poverty, environmental imbalance and disasters, are all causes of this problem. Children are the first to suffer, at times suffering torture and other physical violence, in addition to moral and psychological aggression, which almost always leave indelible scars.
It is absolutely necessary, therefore, to deal with the causes which trigger migrations in the countries of origin. This requires, as a first step, the commitment of the whole international community to eliminate the conflicts and violence that force people to flee. Furthermore, far-sighted perspectives are called for, capable of offering adequate programmes for areas struck by the worst injustice and instability, in order that access to authentic development can be guaranteed for all. This development should promote the good of boys and girls, who are humanity’s hope.
Lastly, I wish to address a word to you, who walk alongside migrant children and young people: they need your precious help. The Church too needs you and supports you in the generous service you offer. Do not tire of courageously living the Gospel, which calls you to recognize and welcome the Lord Jesus among the smallest and most vulnerable.
I entrust all child migrants, their families, their communities, and you who are close to them, to the protection of the Holy Family of Nazareth; may they watch over and accompany each one on their journey. With my prayers, I gladly impart my Apostolic Blessing.
From the Vatican, 8 September 2016
FRANCIS
http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2016/10/13/0731/01616.html#en

رسالة البابا فرنسيس بمناسبة اليوم العالمي للمهاجر واللاجئ 2017 "مهاجرون قاصرون، ضعفاء لا صوت لهم"


أيها الإخوة والأخوات الأعزاء!
"مَن قَبِلَ واحِدًا مِن أَمثالِ هؤُلاءِ الأَطفالِ إِكرامًا لاسمِي فقَد قَبِلَني أَنا ومَن قَبِلَني فلم يَقبَلْني أَنا، بلِ الَّذي أَرسَلَني" (مر 9، 37؛ راجع مت 18، 5؛ لو 9، 48؛ يو 13، 20). بهذه الكلمات يُذكّر الإنجيليّون الجماعةَ المسيحية بأحد تعاليم يسوع المُشجّع والمُفعم بالالتزام معًا. هذا التعليم في الواقع، يرسم دربًا أكيدة تقود إلى الله، انطلاقًا من الصغار ومرورًا بالمخلص، من خلال ديناميكيّة الاستقبال. فالاستقبال إذًا هو شرط ضروريٌّ لكي تتحقق هذه المسيرة بشكل ملموس: الله صار واحدًا منا، بيسوع صار طفلاً، والانفتاح على الله بالإيمان الذي يُغذّي الرجاء، يُترجم في القرب المحب من الصغار والأشدَّ ضُعفًا. المحبة والإيمان والرجاء، تتصل كلها بأعمال الرحمة الروحيّة والجسديّة التي أعدنا اكتشافها خلال اليوبيل الاستثنائي الأخير.
لكن الإنجيليين يتوقفون أيضًا عند مسؤوليّة من يسلك بعكس الرحمة: "وأَمَّا الذي يَكونُ حجَرَ عَثرَةٍ لأَحدِ هؤلاءِ الصِّغارِ المؤمِنينَ بي فَأَولى بِه أَن تُعلَّقَ الرَّحى في عُنُقِه ويُلقى في عُرضِ البَحر" (مت 18، 6؛ راجع مر 9، 42؛ لو 17، 2). كيف لا نفكّر بهذا التحذير القاسي آخذين بعين الاعتبار الاستغلال الذي يقوم به أشخاص بلا ضمير إزاء العديد من الأطفال – الذكور والإناث – الذين يُجبرون على ممارسة الدعارة أو يقعون في شباك المواد الإباحيّة، أو يصيرون عبيدًا لعمالة القاصرين أو يُجنّدون، أو ينخرطون في تجارة المخدرات وأشكال أخرى من الجرائم، مجبرين على الهرب من النزاعات والاضطهادات بالرغم من خطر أن يجدوا أنفسهم وحيدين ومتروكين؟
لذلك وفي مناسبة اليوم السنوي العالمي للمهاجر واللاجئ، أوّد أن ألفت الانتباه إلى واقع المهاجرين القاصرين، لا سيما أولئك الوحيدين، وأطلب من الجميع أن يعتنوا بالأطفال الذين لا حول لهم ولا قوّة لأنّهم قاصرون وغرباء وغير قادرين عن الدفاع عن أنفسهم، عندما، ولأسباب عديدة، يُجبرون على العيش بعيدين عن أرضهم ومنفصلين عن محبة العائلة.
إن الهجرات اليوم ليست ظاهرة مُرتبطة ببعض مناطق الأرض، وإنما تطال جميع القارات وتأخذ أكثر فأكثر أبعاد مسألة عالميّة مأساويّة. لا يتعلّق الأمر فقط بأشخاص يبحثون عن عمل كريم أو أوضاع معيشية أفضل وإنما أيضًا برجال ونساء ومسنّين وأطفال يُجبرون على ترك بيوتهم راجين إنقاذ حياتهم وإيجاد السلام والأمان في مكان آخر. إن القاصرين هم أول من يدفع الثمن الباهظ للهجرة التي يسببها على الدوام العنف والبؤس والأوضاع البيئيّة، وهي عوامل ترتبط أيضًا بالعولمة في جوانبها السلبيّة. إن العَدْوَ المفرط نحو الأرباح السريعة والسهلة يتضمن أيضًا تنامي آفات مقيتة شأن الاتجار بالأطفال، استغلال القاصرين وإساءة معاملتهم، وبشكل عام، نكران الحقوق المرتبطة بالطفولة والتي تنُصُّ عليهاالمعاهدة الدولية لحقوق الطفل.
لسن الطفولة، ونظرًا لهشاشتها، متطلبات فريدة لا يمكن التغاضي عنها. وهي قبل كل شيء الحق في بيئة عائلية سليمة ومحمية يُتاح فيها النمو تحت رعاية أب وأم والاقتداء بهما؛ ثم الحق-الواجب في الحصول على تربية ملائمة، في كنف العائلة أساسا وفي المدرسة أيضًا، حيث يُمكن أن ينمو الأطفال كأشخاص ورواد لمستقبلهم وأمّتهم. في الواقع، ما تزال القراءة والكتابة وإمكانية القيام بحسابات بديهية خاصية تتمتّع بها قلة من الأشخاص في العديد من مناطق العالم. لكل القاصرين الحق في اللعب والقيام بنشاطات ترفيهية، إن لهم الحق، باختصار، في أن يكونوا أطفالا.
بالمقابل، يمثّل الأطفال بين المهاجرين، الفئةَ الأكثر هشاشة لأنهم، وإذ يطلّون على الحياة، هم غير مرئيين ولا صوت لهم: عدم الاستقرار يحرمهم من الوثائق ويخفيهم عن أنظار العالم؛ وغياب أشخاص بالغين يرافقونهم، يحول دون رفع أصواتهم وإسماعها. وبهذا الشكل، ينتهي الأمر بالمهاجرين القُصَّر، وبسهولة، إلى أدنى مستويات التدهور الإنساني حيث اللاشرعية والعنف يحرقان في لحظة مستقبل أبرياء كثيرين، فيما شبكة استغلال القاصرين يصعب كسرها.
كيف نواجه هذا الواقع؟
قبل كل شيء، بإدراك أن ظاهرة الهجرة ليست منفصلة عن تاريخ الخلاص، بل هي جزء منه. وترتبط بها وصية لله "والغريبُ فلا تَظلمه ولا تُضايقه فإنَّكم كنتم غرباءَ في أرضِ مصر" (سفر الخروج 22، 20)؛ "فأحبّوا الغريبَ فإنَّكم كنتم غرباءَ في أرضِ مصر" (سفر تثنية الاشتراع 10، 19). تمثّل هذه الظاهرة إحدى علامات الأزمنة، علامة تتكلم عن عمل العناية الإلهية في التاريخ وفي الجماعة البشرية بغية الوصول إلى الشركة الشاملة. إن الكنيسة، دون تجاهل مشاكل الهجرات، التي غالبًا ما تكون مآسي، إضافة إلى المصاعب المرتبطة بالاستقبال الكريم لهؤلاء الأشخاص، تحثّ على رؤية مخطط الله في هذه الظاهرة أيضًا، مع اليقين بأن ما من أحد هو غريب في الجماعة المسيحية التي تعانق "كلّ أمَّةٍ وقبيلةٍ وشعبٍ ولسان" (رؤيا 7، 9). إن كل شخص ثمين، والأشخاص هم أهم من الأشياء، وقيمة كل مؤسسة تُقاس من خلال طريقة معاملتها لحياة الكائن البشري وكرامته، لا سيما في أوضاع الهشاشة، كما في حال المهاجرين القاصرين.
إضافة إلى ذلك، ينبغي التركيز على الحماية والدمج والحلول الدائمة.
قبل كل شيء، ينبغي تبني كل إجراء ممكن لضمان حماية المهاجرين القاصرين والدفاع عنهم، لأن "هؤلاء الفتيان والفتيات ينتهي بهم الأمر غالبًا متروكين في الطرقات وحدهم وفريسة لمستغلّين عديمي الضمير، كثيرًا ما يحوّلونهم إلى غرض للعنف الجسدي والمعنوي والجنسي" (بندكتس السادس عشر، رسالة لمناسبة اليوم العالمي للمهاجر واللاجئ 2008).
من ناحية أخرى، فإن الخط الفاصل بين الهجرة والاتجار قد يصبح في بعض المرات رفيعًا للغاية. وكثيرة هي العوامل التي تساهم في خلق حالة من الهشاشة لدى المهاجرين، لا سيما القاصرين منهم: الفقر ونقص وسائل البقاء على قيد الحياة -بالإضافة إلى التطلعات غير الواقعية التي تسبّبها وسائل الإعلام-؛ والمستوى المتدني للعلم؛ وجهلهم لقوانين البلدان المضيفة وثقافتها وغالبًا لغتها. كل ذلك يجعلهم "خاضعين" جسديًا ونفسيًا. غير أن المحرّك الأقوى لاستغلال الأطفال وسوء معاملتهم يأتي من الطلب. وإن لم يتم إيجاد الطريقة للتدخل بمزيد من الحزم والفعالية ضد المستغلِّين، فلن يكون بالإمكان إيقاف الأشكال المتعددة للعبودية والتي ضحاياها هم القاصرون.
من الضروري إذا، ولخير أطفالهم، أن يتعاون المهاجرون بشكل وثيق أكثر فأكثر مع الجماعات التي تستضيفهم. وبكثير من الامتنان، نتوجّه إلى الهيئات والمؤسسات، الكنسية والمدنية، التي بجهد كبير تقدّم الوقت والموارد لحماية القاصرين من أشكال الاستغلال المتعددة. ومن الأهمية بمكان تحقيق تعاون أكثر فأكثر فعالية وتأثيرًا، لا يقوم على تبادل المعلومات فقط، وإنما أيضًا على تكثيف الشبكات القادرة على ضمان تدخلات سريعة ومتشعّبة، بدون تجاهل أن القوة الكبيرة للجماعات الكنسية تبرز بالأخص عندما تكون هناك وحدة في الصلاة وشَرِكة في الأخوّة.
في المقام الثاني، لا بد من العمل على دمج الأطفال والفتيان المهاجرين. إنهم يعتمدون بالكامل على جماعة البالغين، وغالبًا ما يحول النقص في الموارد المالية دون تبني سياسات ملائمة للاستقبال والرعاية والدمج. وبالتالي، عوضًا عن تعزيز الاندماج الاجتماعي للمهاجرين القاصرين أو دعم برامج لإعادتهم إلى الوطن تكون آمنة وتتمتع بالمرافقة، يتم السعي إلى منع هؤلاء من الدخول مما يسهل اللجوء إلى شبكات غير شرعية؛ أو تتم إعادتهم إلى بلد المنشأ دون التأكد من أن هذا الأمر يتلاءم مع "مصلحتهم العليا" الفعلية.
إن وضع المهاجرين القاصرين يكون أكثر خطورة عندما يوجدون في حالة غير نظامية أو عندما تُجنّدهم عصبات الجريمة المنظمة. وغالبًا ما ينتهي بهم المطاف في مراكز الاعتقال. يُعتقل هؤلاء أحيانًا كثيرة، وبما أنهم يفتقرون إلى المال لدفع الكفالة وتكاليف سفر العودة، يبقون محتجزين لفترات طويلة، ويتعرضون لشتى أنواع الانتهاكات وأعمال العنف. في هذه الحالات ينبغي أن يتلاءم حق الدول في إدارة تدفقات الهجرة والدفاع عن الخير العام الوطني، مع الواجب في حل وتسوية وضع المهاجرين القاصرين في إطار الاحترام الكامل لكرامتهم والسعي إلى الاستجابة لمتطلباتهم، عندما يكونوا لوحدهم، ولمتطلبات والديهم أيضًا، بشكل يعود بالفائدة على الخلية العائلية بأسرها.
ومن الضروري أيضًا أن يتم تبني إجراءات وطنية ملائمة وخطط للتعاون يتم الاتفاق بشأنها بين بلدَي المنشأ والمقصد من أجل إلغاء مسببات الهجرة القسرية للقاصرين.
في المقام الثالث، أوجّه للجميع نداء نابعًا من القلب من أجل البحث عن حلول دائمة وتبنيها. إن مسألة المهاجرين القاصرين، ولكونها ظاهرة معقدة، ينبغي أن تُعالج من جذورها. فالحروب وانتهاكات حقوق الإنسان، والفساد والفقر وغياب التوازن والكوارث البيئية كلها جزء من أسباب المشكلة. والأطفال هم أول من يعاني نتيجة ذلك، من خلال التعرض أحيانًا للتعذيب والعنف الجسدي المرفقَين بالتعذيب والعنف المعنوي والنفسي، ما يترك لديهم علامات لا تُمحى في غالب الأحيان.
لذا من الأهمية بمكان أن تواجَه، في بلدان المنشأ، الأسباب الكامنة وراء الهجرات. وهذا يتطلب، كخطوة أولى، التزام الجماعة الدولية بأسرها في إخماد الصراعات وأعمال العنف التي ترغم الأشخاص على الهروب. فضلا عن ذلك لا بد من تبني نظرة بعيدة المدى تكون قادرة على استشفاف برامج ملائمة للمناطق التي تعاني من أخطر حالات الظلم وانعدام الاستقرار، كي تُضمن للجميع الإفادة من التنمية الأصيلة التي تعزز خير الأطفال الذكور والإناث، أمل البشرية.
أود أخيرًا أن أوجّه كلمة لكم أنتم، أيها السائرون إلى جانب الأطفال والفتيان على دروب الهجرة: إنهم بحاجة إلى مساعدتكم الثمينة، والكنيسة أيضًا تحتاج إليكم وتعضدكم في الخدمة السخية التي تقدمونها. لا تكلّوا من عيش الشهادة الصالحة للإنجيل بشجاعة إذ إنها تدعوكم إلى التعرف على الرب يسوع وقبوله لأنه حاضر في الصغار والضعفاء.
أعهد بجميع المهاجرين القاصرين، وعائلاتهم وجماعاتهم وبكم أنتم أيها الأشخاص القريبون منهم إلى حماية عائلة الناصرة المقدسة، كي تسهر على كل واحد وترافقه في مسيرته؛ وأُرفق صلاتي هذه بالبركة الرسولية.
صدر عن الفاتيكان، 8 سبتمبر / أيلول 2016، عيد ميلاد السيدة العذراء مريم.
فرنسيس

Migranti minorenni, vulnerabili e senza voce


Cari fratelli e sorelle!
«Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato» (Mc 9,37; cfr Mt 18,5; Lc 9,48; Gv 13,20). Con queste parole gli Evangelisti ricordano alla comunità cristiana un insegnamento di Gesù che è entusiasmante e, insieme, carico di impegno. Questo detto, infatti, traccia la via sicura che conduce fino a Dio, partendo dai più piccoli e passando attraverso il Salvatore, nella dinamica dell’accoglienza. Proprio l’accoglienza, dunque, è condizione necessaria perché si concretizzi questo itinerario: Dio si è fatto uno di noi, in Gesù si è fatto bambino e l’apertura a Dio nella fede, che alimenta la speranza, si declina nella vicinanza amorevole ai più piccoli e ai più deboli. Carità, fede e speranza sono tutte coinvolte nelle opere di misericordia, sia spirituali sia corporali, che abbiamo riscoperto durante il recente Giubileo Straordinario.
Ma gli Evangelisti si soffermano anche sulla responsabilità di chi va contro la misericordia: «Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare» (Mt 18,6; cfr Mc 9,42; Lc 17,2). Come non pensare a questo severo monito considerando lo sfruttamento esercitato da gente senza scrupoli a danno di tante bambine e tanti bambini avviati alla prostituzione o presi nel giro della pornografia, resi schiavi del lavoro minorile o arruolati come soldati, coinvolti in traffici di droga e altre forme di delinquenza, forzati alla fuga da conflitti e persecuzioni, col rischio di ritrovarsi soli e abbandonati?
Per questo, in occasione dell’annuale Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, mi sta a cuore richiamare l’attenzione sulla realtà dei migranti minorenni, specialmente quelli soli, sollecitando tutti a prendersi cura dei fanciulli che sono tre volte indifesi perché minori, perché stranieri e perché inermi, quando, per varie ragioni, sono forzati a vivere lontani dalla loro terra d’origine e separati dagli affetti familiari.
Le migrazioni, oggi, non sono un fenomeno limitato ad alcune aree del pianeta, ma toccano tutti i continenti e vanno sempre più assumendo le dimensioni di una drammatica questione mondiale. Non si tratta solo di persone in cerca di un lavoro dignitoso o di migliori condizioni di vita, ma anche di uomini e donne, anziani e bambini che sono costretti ad abbandonare le loro case con la speranza di salvarsi e di trovare altrove pace e sicurezza. Sono in primo luogo i minori a pagare i costi gravosi dell’emigrazione, provocata quasi sempre dalla violenza, dalla miseria e dalle condizioni ambientali, fattori ai quali si associa anche la globalizzazione nei suoi aspetti negativi. La corsa sfrenata verso guadagni rapidi e facili comporta anche lo sviluppo di aberranti piaghe come il traffico di bambini, lo sfruttamento e l’abuso di minori e, in generale, la privazione dei diritti inerenti alla fanciullezza sanciti dalla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia.
L’età infantile, per la sua particolare delicatezza, ha delle esigenze uniche e irrinunciabili. Anzitutto il diritto ad un ambiente familiare sano e protetto dove poter crescere sotto la guida e l’esempio di un papà e di una mamma; poi, il diritto-dovere a ricevere un’educazione adeguata, principalmente nella famiglia e anche nella scuola, dove i fanciulli possano crescere come persone e protagonisti del futuro proprio e della rispettiva nazione. Di fatto, in molte zone del mondo, leggere, scrivere e fare i calcoli più elementari è ancora un privilegio per pochi. Tutti i minori, poi, hanno diritto a giocare e a fare attività ricreative, hanno diritto insomma ad essere bambini.
Tra i migranti, invece, i fanciulli costituiscono il gruppo più vulnerabile perché, mentre si affacciano alla vita, sono invisibili e senza voce: la precarietà li priva di documenti, nascondendoli agli occhi del mondo; l’assenza di adulti che li accompagnano impedisce che la loro voce si alzi e si faccia sentire. In tal modo, i minori migranti finiscono facilmente nei livelli più bassi del degrado umano, dove illegalità e violenza bruciano in una fiammata il futuro di troppi innocenti, mentre la rete dell’abuso dei minori è dura da spezzare.
Come rispondere a tale realtà?
Prima di tutto rendendosi consapevoli che il fenomeno migratorio non è avulso dalla storia della salvezza, anzi, ne fa parte. Ad esso è connesso un comandamento di Dio: «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto» (Es 22,20); «Amate dunque il forestiero, perché anche voi foste forestieri nella terra d’Egitto» (Dt 10,19). Tale fenomeno costituisce un segno dei tempi, un segno che parla dell’opera provvidenziale di Dio nella storia e nella comunità umana in vista della comunione universale. Pur senza misconoscere le problematiche e, spesso, i drammi e le tragedie delle migrazioni, come pure le difficoltà connesse all’accoglienza dignitosa di queste persone, la Chiesa incoraggia a riconoscere il disegno di Dio anche in questo fenomeno, con la certezza che nessuno è straniero nella comunità cristiana, che abbraccia «ogni nazione, razza, popolo e lingua» (Ap 7,9). Ognuno è prezioso, le persone sono più importanti delle cose e il valore di ogni istituzione si misura sul modo in cui tratta la vita e la dignità dell’essere umano, soprattutto in condizioni di vulnerabilità, come nel caso dei minori migranti.
Inoltre occorre puntare sulla protezione, sull’integrazione e su soluzioni durature.
Anzitutto, si tratta di adottare ogni possibile misura per garantire ai minori migranti protezione e difesa, perché «questi ragazzi e ragazze finiscono spesso in strada abbandonati a sé stessi e preda di sfruttatori senza scrupoli che, più di qualche volta, li trasformano in oggetto di violenza fisica, morale e sessuale» (Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2008).
Del resto, la linea di demarcazione tra migrazione e traffico può farsi a volte molto sottile. Molti sono i fattori che contribuiscono a creare uno stato di vulnerabilità nei migranti, specie se minori: l’indigenza e la carenza di mezzi di sopravvivenza – cui si aggiungono aspettative irreali indotte dai media –; il basso livello di alfabetizzazione; l’ignoranza delle leggi, della cultura e spesso della lingua dei Paesi ospitanti. Tutto ciò li rende dipendenti fisicamente e psicologicamente. Ma la spinta più potente allo sfruttamento e all’abuso dei bambini viene dalla domanda. Se non si trova il modo di intervenire con maggiore rigore ed efficacia nei confronti degli approfittatori, non potranno essere fermate le molteplici forme di schiavitù di cui sono vittime i minori.
È necessario, pertanto, che gli immigrati, proprio per il bene dei loro bambini, collaborino sempre più strettamente con le comunità che li accolgono. Con tanta gratitudine guardiamo agli organismi e alle istituzioni, ecclesiali e civili, che con grande impegno offrono tempo e risorse per proteggere i minori da svariate forme di abuso. E’ importante che si attuino collaborazioni sempre più efficaci ed incisive, basate non solo sullo scambio di informazioni, ma anche sull’intensificazione di reti capaci di assicurare interventi tempestivi e capillari. Senza sottovalutare che la forza straordinaria delle comunità ecclesiali si rivela soprattutto quando vi è unità di preghiera e comunione nella fraternità.
In secondo luogo, bisogna lavorare per l’integrazione dei bambini e dei ragazzi migranti. Essi dipendono in tutto dalla comunità degli adulti e, molto spesso, la scarsità di risorse finanziarie diventa impedimento all’adozione di adeguate politiche di accoglienza, di assistenza e di inclusione. Di conseguenza, invece di favorire l’inserimento sociale dei minori migranti, o programmi di rimpatrio sicuro e assistito, si cerca solo di impedire il loro ingresso, favorendo così il ricorso a reti illegali; oppure essi vengono rimandati nel Paese d’origine senza assicurarsi che ciò corrisponda al loro effettivo “interesse superiore”.
La condizione dei migranti minorenni è ancora più grave quando si trovano in stato di irregolarità o quando vengono assoldati dalla criminalità organizzata. Allora essi sono spesso destinati a centri di detenzione. Non è raro, infatti, che vengano arrestati e, poiché non hanno denaro per pagare la cauzione o il viaggio di ritorno, possono rimanere per lunghi periodi reclusi, esposti ad abusi e violenze di vario genere. In tali casi, il diritto degli Stati a gestire i flussi migratori e a salvaguardare il bene comune nazionale deve coniugarsi con il dovere di risolvere e di regolarizzare la posizione dei migranti minorenni, nel pieno rispetto della loro dignità e cercando di andare incontro alle loro esigenze, quando sono soli, ma anche a quelle dei loro genitori, per il bene dell’intero nucleo familiare.
Resta poi fondamentale l’adozione di adeguate procedure nazionali e di piani di cooperazione concordati tra i Paesi d’origine e quelli d’accoglienza, in vista dell’eliminazione delle cause dell’emigrazione forzata dei minori.
In terzo luogo, rivolgo a tutti un accorato appello affinché si cerchino e si adottino soluzioni durature. Poiché si tratta di un fenomeno complesso, la questione dei migranti minorenni va affrontata alla radice. Guerre, violazioni dei diritti umani, corruzione, povertà, squilibri e disastri ambientali fanno parte delle cause del problema. I bambini sono i primi a soffrirne, subendo a volte torture e violenze corporali, che si accompagnano a quelle morali e psichiche, lasciando in essi dei segni quasi sempre indelebili.
È assolutamente necessario, pertanto, affrontare nei Paesi d’origine le cause che provocano le migrazioni. Questo esige, come primo passo, l’impegno dell’intera Comunità internazionale ad estinguere i conflitti e le violenze che costringono le persone alla fuga. Inoltre, si impone una visione lungimirante, capace di prevedere programmi adeguati per le aree colpite da più gravi ingiustizie e instabilità, affinché a tutti sia garantito l’accesso allo sviluppo autentico, che promuova il bene di bambini e bambine, speranze dell’umanità.
Infine, desidero rivolgere una parola a voi, che camminate a fianco di bambini e ragazzi sulle vie dell’emigrazione: essi hanno bisogno del vostro prezioso aiuto, e anche la Chiesa ha bisogno di voi e vi sostiene nel generoso servizio che prestate. Non stancatevi di vivere con coraggio la buona testimonianza del Vangelo, che vi chiama a riconoscere e accogliere il Signore Gesù presente nei più piccoli e vulnerabili.
Affido tutti i minori migranti, le loro famiglie, le loro comunità, e voi che state loro vicino, alla protezione della Santa Famiglia di Nazareth, affinché vegli su ciascuno e li accompagni nel cammino; e alla mia preghiera unisco la Benedizione Apostolica.
Dal Vaticano, 8 settembre 2016, Festa della Natività della B. Vergine Maria
FRANCESCO
http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2016/10/13/0731/01616.html#it 

giovedì 15 settembre 2016

Rights of Older Persons: 33rd Session of the Human Rights Council


Statement by His Excellency Archbishop Ivan Jurkovič
Permanent Observer of the Holy See to the UN and Other International Organizations in Geneva
at the Interactive Dialogue on Human Rights - 33rd Session of the Human Rights Council
Item 3 - Independent Expert on the Rights of Older Persons
Geneva, 14 September 2016
Mr. President,
My Delegation is grateful for the Report of the Independent Expert on the enjoyment of all
human rights by older persons. As presented in the Report, the population of older persons
represents the fastest growing segment of the global population. “By 2050, for the first time, there
will be more older persons than children under the age of 15 worldwide, and it is projected that the
number of older persons will more than double from 900 million currently to nearly 2 billion”. In a
world that is living a critical demographic transformation the elderly face a number of particular
challenges in the enjoyment of their human rights that need to be addressed urgently. The major
challenges summarized by the Independent Expert in the area of health care, the right to work,
social protection, access to justice, violence and abuse, the participation of older persons, and their
increasing discrimination, represent a grave concern for the Holy See.
One of the most pressing challenges to the welfare of older persons is poverty, including
their often inadequate living conditions. As highlighted in the Report, “Poverty and lack of income
security constitute major concerns for many older persons. Social transfers, in particular adequate
pensions, significantly contribute to ensuring the financial security of older persons and are a
suitable means of reducing the at-risk-of-poverty rate, their vulnerability and social exclusion”.
Pensions are essential to ensuring rights, dignity and income security for older persons. The right to
income security in old age, as grounded in human rights instruments and international labour
standards, includes the right to an adequate pension. However, “nearly half of all people over
pensionable age do not receive a pension. For many of those who do receive a pension, pension
levels are not adequate.”1 As a result, most of the world’s older women and men have no income
security, have no right to retire and have to continue working as long as they can – often with poor
remuneration and in precarious conditions. Yet, despite lower income levels, older persons may be
the main providers for the household and the primary caregivers, including for the care of
grandchildren and other members of the family.
Mr. President,
In a society often dominated by the logic of efficiency and profit, the elderly can easily be
considered unproductive and useless. Several States have recognized the relatively low standard of
living among older persons as compared to other segments of the population, including the
prevalence of poverty, and even extreme poverty.
In the sector of health care, older patients are usually discharged with complex medical
problems, high stress and vulnerability, and these factors place the elderly at risk for poor outcomes.
Transitional care, such as a discharge planning programmes, facilitates the care process from
hospital to home. The sustainable access to health care can be realized through stronger policies in strengthening the primary care and by helping families, even to financial subsidies, to take care of parents at home.
Older people have a wealth of skills and experiences, they have lived through situations others cannot even imagine, and yet we continue to dismiss these lifetimes of experiences when they begin to need care and support and instead people become a list of care needs. On a macro level, older people contribute financially to society and to the workplace, and at a local level, they contribute to their communities and individual networks in terms of experience. They have also contributed for many decades which is often forgotten. In the Political Declaration and Madrid International Plan of Action on Ageing (2002), States have foreseen the human right of older persons to participate in all aspects of society, highlighting the rights to work, to health, to independence and to accessibility. Consistent with the Madrid Plan of Action, the Holy See considers of utmost importance to keep older people engaged in decision-making about their lives and their social integration. Often these decisions are relegated to others even when older persons are competent to decide and discern their best interest. Respect for their human dignity and rights requires that they be engaged in such decisions and that others take over responsibility for determining their care only when there is verified evidence that they are incapable of doing so. Making cities inclusive of older persons means generating opportunities for their economic and social participation in accessible and safe environments. It also means providing affordable housing as well as the basic health and social services needed to support ageing in place. This will necessitate a reflection on and development of more just and equitable policies aimed at re-defining the concept of social utility for those who have retired from the system of paid employment but who are quite capable and needed to strengthen the fabric of society through volunteer service and social presence as respected and learned members of families and communities.
As stated by Pope Francis a society that does not take care of the elderly has no future. “The elderly are those who transmit history to us, who transmit doctrine, who transmit the faith and give it to us as an inheritance.”2 The Holy See considers essential the promotion of policies and systems of education that propose an alternative approach to the dominant “throw-away culture” that judges human beings simply by what they produce. So often, the elderly feel useless and alone because they have lost their proper place in society.
Mr. President, living longer must never be seen as an exception, a burden or a challenge, but rather it must be recognized as the blessing that it is. Older persons enrich society and their positive and constructive presence in society is valued. The elderly are a source of wisdom and a great resource. The quality of a society, of a civilization, may also be judged by how it treats its elderly and by the place reserved for them in communal life. Existing arrangements to protect the human rights of older persons are inadequate and dedicated measures to strengthen the international protection regime are required. Bearing in mind the General Assembly Resolution 67/139 of 20 December 2012 about the need to strengthen the protection of the human rights of older persons, the Holy See wishes that the existing divergences will be soon overcome, given the millions of older persons waiting for their human rights to become a reality.
Thank you, Mr. President.

1 http://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/---dgreports/---dcomm/documents/publication/wcms_310211.pdf

2 Cf. Homily of Pope Francis in the Chapel of Domus Sanctae Marthae, 19 November 2013 (cfr. L’Osservatore Romano, Wednesday, 20 November 2013).

L’Italia li respinge, il re di Norvegia li accoglie



di Emilio Drudi

Sono spariti. Nessuno sa che fine abbiano fatto i 40 sudanesi bloccati dalla polizia a Ventimiglia, nel centro della Croce Rossa, e rimpatriati di forza con un volo speciale partito da Torino Caselle per Khartoum a fine agosto. Del gruppo iniziale di 48, tutti arrivati alle soglie del confine nella speranza di poter entrare in Francia, ne restano in Italia soltanto otto, ma rinchiusi nel Cie di Torino, di fatto in carcere, in attesa che la loro richiesta d’asilo venga esaminata.
Si tratta del primo respingimento di massa effettuato da Roma dopo la “stagione” di Roberto Maroni ministro degli interni (governo Berlusconi, 2009), che con la scelta di bloccare in mare e respingere ancora prima dello sbarco profughi e migranti, senza valutarne individualmente la “storia” e le richieste d’asilo, ha portato alla condanna dell’Italia da parte della Corte Europea per i diritti dell’Uomo. Proprio anche nel ricordo di questa pesante sentenza, il provvedimento disposto dal Viminale, con il ministro Angelino Alfano, ha sollevato una forte ondata di proteste, in particolare da parte di Amnesty e della Caritas, oltre che di gruppi spontanei di volontari. Risulta che prima di essere trasferiti a Torino, presso la questura di Imperia un giudice di pace ha convalidato il decreto di espulsione per ciascuno dei rimpatriati. Tuttavia Alessandra Ballerini, legale della Caritas ed esperta di diritto dell’immigrazione, ha rilevato come sia comunque un provvedimento collettivo, in contrasto con il diritto internazionale, con conseguenze gravissime per le vittime: “Siamo di fronte – ha dichiarato alla stampa – a una deportazione di massa verso un paese dove è certa la violazione dei diritti fondamentali, dov’è in pericolo la vita stessa di quei 40 giovani. Con questa operazione l’Italia si rende complice di tutte le violazioni che saranno messe in essere da un regime come quello di Khartoum”.
Il ministro Alfano ha replicato che non ci sarebbe stato alcun “vulnus” dei diritti umani, come contestato da Amnesty e dalla Caritas. “Il rimpatrio dei sudanesi – ha detto, facendo riferimento al Memorandum of Understanding firmato il 3 agosto – è avvenuto nel pieno rispetto di un accordo tra la polizia italiana e quella del Sudan”. Dichiarazioni analoghe sono state rilasciate dai vertici della Polizia, asserendo che i 40 espulsi “pur potendolo, non hanno esercitato il diritto di richiedere la protezione internazionale” e, dunque, “non erano da considerarsi richiedenti asilo ma migranti economici”, aggiungendo che “erano presenti rappresentanti dell’Oim e dell’Unhcr”. Amnesty continua a insistere però che proprio l’accordo citato da Alfano non rispetta il diritto internazionale. “La motivazione del ministro non regge: in base a questo principio l’Italia potrebbe stipulare un accordo con Bashar al Assad e rimandare indietro i siriani”, ha protestato Riccardo Noury. Ed ancora: “Un accordo tra due Stati non può superare, dal punto di vista giuridico, una convenzione internazionale. Esistono norme europee, norme di diritto internazionale, che impongono di non inviare persone verso il paese d’origine se esiste il pericolo che possano subire violazioni dei diritti umani. Non regge, insomma, il principio che un accordo è legale perché stipulato tra due soggetti che hanno diritto di farlo”.
Quanto sia drammatica la situazione in Sudan – il cui presidente, Omar Hasan al Bashir, è stato condannato per crimini di lesa umanità – e come sia del tutto aleatorio il rispetto dei diritti fondamentali nel paese, lo ha ammesso finora, nei fatti, l’Italia stessa, tanto che sono state accolte oltre il 60 per cento delle richieste di asilo, o comunque di tutela internazionale, presentate nel 2015 da migranti sudanesi. Quanto al fatto che i 40 giovani respinti sarebbero stati dei “migranti economici” perché non avrebbero presentato domanda d’asilo – come sostiene la Polizia – resta da vedere se, dal momento dello sbarco in poi, siano stati adeguatamente informati delle procedure ed abbiano ricevuto una sufficiente assistenza o non siano stati invece messi di fatto in una situazione di “clandestinazione forzata”, come – stando ad esempio alle ripetute denunce dell’Asgi (Associazione giuristi per l’immigrazione) – accadrebbe sempre più spesso. Né risulta che il Viminale, dopo averli fatti arrivare a Khartoum, si sia preoccupato di verificare quale sorte abbiano seguito, una volta presi in consegna dalla polizia sudanese.
Probabilmente ci sono elementi sufficienti per un nuovo ricorso alla Corte Europea, simile a quello che ha portato alla condanna per i respingimenti in mare voluti da Maroni, ma a quanto pare, al Governo non interessa granché: al Governo sembra interessare solo disfarsi di profughi e migranti a qualsiasi costo, senza curarsi di quanto accade dopo che sono stati bloccati magari prima ancora di arrivare in Europa o quando vengono rimandati indietro. Confermano questa impostazione tutti i trattati sottoscritti negli ultimi anni, con vari Stati dell’Africa e del Medio Oriente, da parte dell’Unione Europea e dell’Italia.
Il caso più noto è forse quello con la Turchia, sottoscritto all’indomani della conclusione degli accordi di Malta (novembre 2015). In cambio di 6 miliardi di euro, Ankara si è impegnata a blindare le frontiere europee e la rotta dell’Egeo che lo scorso anno ha portato in Grecia quasi 850 mila profughi. E la nuova “barriera” funziona perfettamente: appena è entrata a regime, è cessato di colpo il flusso di disperati dalle coste dell’Anatolia verso le isole greche. Ma né Bruxelles, né Roma si sono preoccupate di verificare il “seguito”. Bene, il “seguito” è che Ankara ha subito dopo stipulato a sua volta una serie di intese per il rimpatrio coatto dei profughi giunti in Turchia. Si tratta di ben 14 diversi accordi bilaterali, quasi tutti con Stati che, secondo i parametri europei dell’accoglienza, non possono certo essere considerati “sicuri”: l’Iraq e l’Afghanistan tuttora sconvolti dalla guerra, ad esempio; la Somalia in pieno caos da anni, dove i miliziani di Al Shabaab mettono a segno una media di tre attentati al giorno; o la dittatura eritrea di Isaias Afewerki, “condannata” nel giugno scorso, dalla Commissione d’inchiesta dell’Onu, per la violazione sistematica dei diritti umani, inclusa la riduzione in schiavitù. Il paradosso è evidente: se un eritreo, un somalo o un afghano riescono ad arrivare in Italia, sono accolti come rifugiati, ma se hanno la sfortuna di finire in Turchia vengono rispediti indietro, con il consenso e di fatto con la complicità anche dell’Italia che, come gli altri Stati Ue, non si è posta minimamente il problema di come Ankara interpreti ed attui il suo ruolo di “gendarme dei confini” europei.
A ben vedere, del resto, non c’è da stupirsi di questo “voltarsi dall’altra parte” sulle conseguenze concrete del patto con Ankara visto che, sempre sulla scia degli accordi di Malta, Roma ha cominciato ad attuare tutta una serie di patti analoghi con vari paesi africani: a parte quello con il Sudan firmato il 3 agosto, è quasi concluso quello con la Nigeria, mentre è già operativo quello con il Gambia, un paese dominato da una dittatura analoga a quella eritrea, dove sono la norma le persecuzioni contro ogni forma di dissenso, arresti arbitrari e senza accuse specifiche, sparizioni misteriose, uccisioni mirate. Senza contare una deriva islamica fondamentalista sempre più marcata, favorita dal governo.
L’ultimo patto firmato è quello con la Libia del Governo di Unità Nazionale guidato da Fajez Serrai. Un accordo rimasto quasi segreto: è stato ufficializzato il 24 agosto a Roma, ma in Italia non se ne è saputo quasi nulla fino a quando, all’inizio di settembre, non ne hanno parlato il Libya Herald ed altri media libici. Un silenzio che si spiega forse con il fatto che l’esecutivo di Serraj, insediato e riconosciuto dall’Onu e dalle capitali occidentali, è in realtà estraneo, se non contestato, dalla maggioranza della popolazione libica e dal Parlamento di Tobruk, che controlla quasi l’intera Cirenaica e parte del Fezzan e il cui esercito, guidato dal generale Khalifa Haftar, proprio in questi giorni, armi alla mano, ha conquistato i principali terminali petroliferi, sottraendoli alla sovranità di Tripoli. Serraj, in sostanza, riesce a malapena ad esercitare la sua autorità sulla capitale e una porzione della Tripolitania, non ha forze armate se non le milizie della compagnia petrolifera o di alcuni potentati autonomi (come quelle di Misurata) ed è apertamente osteggiato da gran parte delle autorità religiose. La tragedia dei profughi si consuma in questo contesto. Gli arrivi continuano ad essere numerosi sia dall’Africa subsahariana che dal Medio Oriente perché, grazie anche al Processo di Rabat che ha blindato il Marocco, la rotta del Mediterraneo centrale è l’unica ancora aperta. Solo gli eritrei, ad esempio, pare siano oltre 10 mila. Ma, nel caos in cui si trova il paese, sono abbandonati in balia dei trafficanti, dei miliziani delle varie fazioni, degli arresti e dei frequenti ricatti a cui li costringono carcerieri e poliziotti corrotti per rilasciarli dai centri di detenzione, di violenze, soprusi, condizioni di vita inumane nei lager che l’ipocrisia europea definisce campi di accoglienza. Roma non può non essere a conoscenza di questo inferno. Eppure continua da anni a tenervi intrappolati migliaia di disperati, fornendo risorse, mezzi, armi e addestramento alla polizia e alla Guardia Costiera libica, perché facciano il lavoro sporco di fermare i migranti prima ancora che si possano imbarcare per l’Europa o subito dopo che hanno preso il mare. L’accordo varato il 24 agosto a Roma è solo l’ultimo atto di questa politica di respingimento.
Tutto questo a fronte dell’arrivo, in Europa, di poco più di 300 mila profughi nei primi otto mesi e mezzo del 2016: appena lo 0,06 per cento della popolazione della Ue. Una percentuale irrisoria e che resta tale, per il continente più ricco del mondo, anche se si aggiunge il milione e 50 mila dello scorso anno, portando il totale a 1,35 milioni: 0,27 per cento. Eppure Jean Claude Junker e Ronald Tusk, i massimi vertici dell’Unione Europea come presidenti, rispettivamente, della Commissione e del Consiglio, hanno sostenuto, al G-20 di qualche giorno fa, che l’Europa “non ce la fa più”: che è stata messa in crisi, cioè, dalla richiesta d’aiuto di un numero di persone pari ad appena lo 0,27 per cento della sua popolazione.
Questa tesi è stata accettata ed anzi ribadita in pratica da tutti i i principali leader e politici europei. Con un’unica, fortissima, netta eccezione: quella del re di Norvegia Harald V il quale, in un appassionato discorso tenuto nel giardino del Palazzo Reale di Oslo, ha parlato dei diritti dei migranti e degli omosessuali, di accoglienza, di rispetto per le altre religioni: “I Norvegesi – ha detto tra l’altro – credono in Dio, in Allah, in tutto o in nulla. I norvegesi siete voi. I norvegesi siamo noi. La Norvegia è unita, è una: alla Norvegia appartengono tutti gli esseri umani che ci vivono per quanto diversi tra loro possano essere. I norvegesi vengono dal nord della Norvegia, dalla Norvegia centrale, dal sud della Norvegia e da tutte le altre regioni. Sono norvegesi anche coloro che sono venuti dall’Afghanistan, dal Pakistan e dalla Polonia, dalla Svezia, dalla Somalia e dalla Siria…”. Ed ha concluso, re Harald, ammonendo ad accettarsi a vicenda e ad avere cura gli uni degli altri.
E’ una presa di posizione coraggiosa e piena di umanità, che fa onore all’anziano sovrano. E che suona come un duro atto d’accusa contro l’intera Fortezza Europa.
  

Tratto da: www.psicologiaradio.it