domenica 21 giugno 2015

Profughi: rete di “scafisti” via terra per tutta l’Europa

di Emilio Drudi

Ci sono ancora un centinaio abbondante di profughi accampati a Ventimiglia sulla scogliera di Ponte Ludovico. Sospesi tra quello stesso mare che hanno attraversato come ultima fase della lunga, pericolosissima fuga dall’Africa e la terra europea che speravano li avrebbe accolti da fratelli bisognosi di aiuto. Giurano che non se ne andranno da lì finché la frontiera con la Francia non verrà aperta o comunque fino a quando non troveranno il modo di passarla. Sono i più sfortunati dei richiedenti asilo giunti in Italia, quelli rimasti senza soldi o che ne hanno ancora così pochi da dover centellinare ogni euro per poter proseguire il viaggio. Per gli altri, quelli che sono riusciti a conservare un po’ di denaro, ci sono altre vie. Non tanto denaro: bastano anche mille euro o non molto di più. Per questi, superare la frontiera verso un paese del Nord Europa non è un grosso problema: c’è tutta una rete di “scafisti di terra” che in auto, in cambio di un ticket abbordabile, sono disposti a raggiungere qualsiasi città europea.
Il punto di partenza è Ventimiglia. Molti migranti lo sanno: il passa parola corre veloce. Coloro che hanno abbastanza euro non si affacciano nemmeno al posto di confine. Si fermano nei giardinetti vicini alla stazione o magari si fanno vedere in qualcuno dei bar della zona. Non serve altro. Sono gli “scafisti” stessi a contattarli entro breve tempo e a offrire il passaggio. Si tratta, in genere, di maghrebini francesi, che si muovono al di là e al di qua del confine. Una sorta di tassisti frontalieri. Il costo del viaggio varia da 50 a 100 euro a testa. Difficoltà con la polizia finora non ce ne sono state: la targa francese dell’auto e la cittadinanza, pure francese, del “driver”, diventano una garanzia che fa superare i controlli ai valichi stradali.
Il terminal è Nizza. Ma è solo la prima tappa. Da Nizza, chi vuole può raggiungere qualsiasi città della Francia. Con un’altra auto e un altro “tassista”. Pagando, naturalmente. In questo caso la tariffa è più alta. Varia a seconda del numero dei “clienti”: si parte da una base di 100/150 euro se si è in più persone, tanto da riempire una macchina o, meglio ancora, un furgoncino; cresce fino a 4/500 euro se l’auto viaggia semivuota. Quasi tutti chiedono di arrivare a Parigi: vengono portati, in genere, alla Gare du Nord, situata in un quartiere, il decimo arrondissement, dove la presenza degli africani è così massiccia che i nuovi arrivati possono facilmente passare inosservati. Pochissimi però si fermano nella Capitale. Anche questa è solo una tappa: i più vogliono proseguire. E la rete clandestina degli “scafisti di terra” è pronta a offrire il servizio. Basta pagare. Qualcuno punta su Calais, per poi tentare un imbarco per l’Inghilterra. I più vogliono arrivare in altri paesi europei: le richieste più frequenti sono per l’Olanda, la Germania ma perfino per la Svezia. Il costo, ovviamente, varia in base alla destinazione e a eventuali altri cambi di macchina e di driver lungo la strada. Ad esempio, in Olanda o in Germania.
“Dal punto di vista organizzativo – spiega Amr Adem, un giornalista eritreo già dipendente del ministero dell’informazione ed ora esule in Italia, che segue da tempo la vicenda dei profughi – la rete è molto efficiente. La gestiscono immigrati di seconda o terza generazione, con cittadinanza europea. Uomini nati e cresciuti in Europa, che conoscono alla perfezione i percorsi più convenienti e sicuri. Il pagamento è sempre in contanti, per non lasciare tracce. Ma il viaggio è rapido: in tre o quattro giorni si arriva dalla Francia alla Svezia”.
Hanno seguito questo percorso anche otto eritrei che fino a tre settimane fa erano alla stazione Tiburtina. Un gruppetto di giovanissimi, età variabile tra i 13 e i 18 anni, estremamente compatto e affiatato: ragazzini amici da sempre, cresciuti insieme nello stesso quartiere di Asmara e che insieme hanno deciso di fuggire e affrontato poi la lunga odissea dall’Eritrea all’Italia, attraverso il Sudan, la Libia e il Mediterraneo. Sbarcati in Sicilia e arrivati a Roma in pullman, con il ticket venduto da una delle organizzazioni che avvicinano i profughi direttamente nei porti, si sono fermati alcuni giorni per organizzarsi. Il 12 giugno sono ripartiti in treno, quattro dalla stazione Termini, quattro dalla Tiburtina, su un altro convoglio. I primi si sono fermati a Ventimiglia e nel giro di poche ore hanno trovato un “driver” francese di origine algerina, che ha fatto loro passare il confine, portandoli fino a Nizza. Quelli del secondo quartetto hanno attraversato la frontiera prendendo a Ventimiglia un treno diretto in Francia, ma alla stazione di Nizza sono stati intercettati da agenti della Gendarmerie, che li hanno riportati in Italia, scortandoli sino al posto di confine. Non si sono arresi. La notte successiva hanno deciso di tentare a piedi, camminando lungo i binari, fino a ritornare a Nizza. Nel buio, nessuno li ha visti. E a Nizza si sono ritrovati con i quattro amici arrivati in macchina. Insieme si sono rivolti allora alla rete di “scafisti” e, questa volta in auto, si sono fatti portare in Olanda. Quattro, tra cui i due più giovani, di 13 e 14 anni, si sono fermati qui: nei Paesi Bassi hanno parenti e amici che sono disposti ad accoglierli e ad aiutarli. Gli altri, dopo un paio di giorni, hanno proseguito il viaggio: un’altra auto per puntare sulla Svezia, dove sono arrivati senza ostacoli ed hanno già chiesto asilo. Per loro fortuna, sono riusciti ad eludere le condizioni capestro del regolamento di Dublino, perché in Italia non sono mai stati identificati né tantomeno registrati.

“E’  una storia emblematica – commenta don Mosè Zerai, presidente dell’agenzia Habeshia – di come non ci siano barriere in grado di arrestare il flusso dei profughi. La disperazione e la determinazione sono tali che nulla può fermare questa umanità sofferente. Gli otto ragazzi passati da Roma sono giovanissimi: hanno diviso tutto fin dall’infanzia e insieme hanno affrontato i rischi della fuga dall’Eritrea, aiutandosi a vicenda, fino a raggiungere la meta che si erano prefissi, per costruirsi una nuova vita, libera e dignitosa. Solo a quel punto si sono divisi. Questa stessa volontà accomuna le migliaia di profughi che continuano ad arrivare. L’unica maniera per interrompere questo esodo è risolvere le situazioni di crisi che costringono milioni di donne e uomini a scappare dall’Africa e dal Medio Oriente, lasciandosi alle spalle guerre, dittature, persecuzioni, terrorismo, fame e disastri ambientali. E’ un compito che spetta alla politica europea e, più in generale, di tutto il Nord del mondo. Sono sempre più che mai attuali le parole pronunciate da papa Francesco il quattro luglio del 2013 a Lampedusa, l’avamposto dell’Europa nel Mediterraneo, scelta non a caso come meta del suo primo viaggio pastorale, per dire ai ‘potenti della terra’ di ascoltare finalmente il grido di aiuto che sale dagli ultimi…”.

venerdì 19 giugno 2015

Profughi: in gioco a Ventimiglia l’essenza dell’Europa


di Emilio Drudi

“Dove sono finiti i diritti umani?...”. Così gridavano i profughi che la polizia ha allontanato con la forza dalla linea di frontiera di Ventimiglia. Già: dove sono finiti i diritti umani? Non c’è stata risposta.
Gli anni duemila sono iniziati con la strage di decine di migliaia di esuli, richiedenti asilo e migranti. In tutto il mondo. Nel Mediterraneo è stata soprattutto l’Africa a pagare questo massacro. La stessa Africa che ha subito il primo olocausto del Novecento, quello degli Herero: oltre 80 mila uomini, donne e bambini uccisi sistematicamente, tra il 1904 e il 1907, dalla Germania imperiale in Namibia, allora Africa Occidentale Tedesca, con le stesse finalità – la cancellazione di un intero popolo – e le stesse modalità poi ampliate e “specializzate” dalla Germania nazista contro gli ebrei con la Shoah, nell’indifferenza delle cancellerie e delle istituzioni europee. Allora gli Herero erano “colpevoli” di non volersi piegare al dominio coloniale. Oggi, i desaparecidos del Mediterraneo scontano lo stesso “delitto”: quello di inseguire un sogno di libertà e di una vita dignitosa. E sono molti, moltissimi: oltre 27 mila dal duemila a oggi. Con un trend di crescita impressionante: 3.600 lo scorso anno, già circa duemila nei primi cinque mesi del 2015. Tanti da aver fatto del Mediterraneo una enorme fossa comune. Senza contare i morti “a terra”: nel Sahara ad esempio, o nell’infermo della Libia di Gheddafi e del post Gheddafi. Per non dire delle sofferenze infinite anche di chi riesce a sbarcare in Europa.
Di questa tragedia del terzo millennio è responsabile la politica coloniale e neocoloniale condotta negli ultimi settant’anni dal Nord del mondo in Africa e nel Medio Oriente, che ha provocato gran parte delle situazioni di crisi da cui milioni di giovani sono costretti a scappare per sottrarsi a dittature, guerre, terrorismo, persecuzioni, miseria e fame endemiche. Ma quello stesso Nord del mondo, a cominciare dall’Europa, contrasta questa fuga per la vita. Con ogni mezzo.
Va avanti così da anni. Prima avveniva in maniera “sommersa”. Ad esempio,  con gli accordi bilaterali semi segreti attraverso i quali singoli governi europei hanno affidato a Stati di dubbia democrazia, quando non ad autentiche dittature, il ruolo di “gendarmi” per il controllo dell’immigrazione in Africa e nel Mediterraneo. Valga per tutti il “caso” Italia-Libia. O, ancora: con barriere di filo spinato tacitamente in funzione da lungo tempo in Marocco, ai confini delle enclave spagnole di Ceuta e Melilla, così come tra la Bulgaria o la Grecia e la Turchia. Barriere costruite “in silenzio”, pagate dall’Unione Europea e contro le quali nessuno ha mai sollevato grosse obiezioni: neanche quando su quei grovigli di filo spinato si è spenta la vita di numerosi giovani. Barriere analoghe a quella con cui l’Ungheria ha ora annunciato di voler blindare i 200 chilometri di frontiera con la Serbia per impedire l’ingresso di esuli e migranti.
Ha suscitato reazioni e proteste questo annuncio di Budapest. Ma in realtà non c’è nulla di nuovo. Tranne il fatto che ora la volontà di chiusura dell’Europa si manifesta sempre più apertamente. E’ emblematico che Dimitris Avramopoulos, il commissario per l’immigrazione, lo stesso che in Grecia, come ministro dell’interno, ha fatto costruire a suo tempo la barriera sul fiume Evros, abbia affermato in sostanza che per fermare il flusso crescente di migranti si può collaborare anche con i dittatori. Sembra l’esaltazione del Processo di Khartoum, l’accordo firmato il 28 novembre 2014 tra l’Unione e dieci Stati dell’Africa Orientale (incluse dittature come quelle sudanese, eritrea ed egiziana) che, sulla scia dei vecchi trattati bilaterali, mira ad esternalizzare i confini della Fortezza Europa, spostandoli sempre più a sud. Va nella stessa direzione il piano di affondare direttamente in Libia i barconi dei trafficanti, palesando di fatto l’intenzione di intrappolare i profughi in Africa. Per non dire della comunicazione della Commissione Ue secondo cui “si può usare anche il carcere” nei confronti dei migranti: fino a un anno e mezzo di galera per chi si oppone o crea ostacoli all’espulsione. Risoluzioni estreme, come se fosse alle porte un esercito in armi e non una folla di disperati in cerca di aiuto. E questo tono di guerra sta diventando un coro. “I funzionari dello Stato – ha dichiarato il neoeletto sindaco di Venezia Pier Luigi Brugnasco – giurano fedeltà sulla bandiera e sul popolo italiano, dovendo difendere case, popolo e patria. Chi se la sente deve difendere militarmente le nostre frontiere, chi non se la sente deve dare le dimissioni”.
In questo contesto si colloca il blocco del confine di Ventimiglia tra Italia e Francia. E’ l’ennesimo esempio di ipocrisia dell’Occidente. Dell’Europa, così pronta a versare lacrime e così prodiga di promesse all’indomani di ogni tragedia, salvo dimenticarsene in pochi giorni. Lo ha fatto anche dopo la strage del 19 aprile scorso, con quasi 850 morti: impegni solenni, riunioni, accordi per un programma di accoglienza per quote in tutti i paesi membri dell’Unione, possibilità di superare il regolamento capestro di Dublino. E, invece, ancora niente: nessun vero accordo. O, ancora, della Francia, in prima fila a gridare il “mai più” dopo il 19 aprile e inizialmente tra i più convinti sostenitori, con il presidente Hollande, di un diverso sistema di accoglienza, della ripartizione per quote, di uno sforzo comune europeo, per poi fare invece rapidamente retromarcia, forse impaurita dalla forte deriva di destra e xenofoba di cui si alimenta il Front National.
E’ tutt’altro che immune anche l’Italia, che urla contro l’insensibilità dell’Europa e della Francia ma abbandona a se stessi i profughi, un attimo dopo lo sbarco, con il segreto intento di favorirne la fuga verso altri paesi dell’Unione. Dei 170 mila registrati nel 2014, quasi 110 mila hanno lasciato la penisola, puntando soprattutto verso la Germania, la Svezia, l’Olanda, la Svizzera, la Francia stessa. E’ accaduto perfino con i minorenni: dei 14.243 censiti, ne sono spariti ben 3.707. Quest’anno sta avvenendo esattamente lo stesso. Roma continua a fingere di non sapere che i profughi bloccati dalla Gendarmerie sono arrivati a Ventimiglia passando tra le larghe maglie dei controlli italiani. Anzi, una buona parte è stata portata fin lì da strane organizzazioni che, facendosi pagare un ticket di circa 300 euro, avvicinano e prelevano indisturbate i profughi nei porti di sbarco o nei centri di accoglienza. Allo stesso modo sono arrivati molti dei profughi sloggiati nei giorni scorsi dalla stazione Tiburtina, così a Milano, così in altri posti di frontiera.
Parigi, chiudendo i confini, ha dato sicuramente la risposta più sbagliata. Disumana e, oltre tutto, al di là del rispetto rigido del regolamento di Dublino, priva di fondamento giuridico. Lo denuncia in termini chiarissimi l’europarlamentare Barbara Spinelli: “Le autorità francesi hanno attuato un respingimento fisico sommario, senza notificare alcun provvedimento formale, senza procedere a un esame individuale delle istanze, né dare possibilità di ricorso ai respinti. Le forze dell’ordine hanno, letteralmente, fatto muro, ripristinando la frontiera. Ma l’Unione Europea si è data delle regole – ben più salde e costitutive della gabbia tracciata dal regolamento di Dublino – ed è a queste regole che occorre richiamarsi, perché senza di esse è il significato dell’Unione ad essere colpito. Il governo francese viola sia l’articolo 19 della Carta dei diritti fondamentali sia la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (protocollo 4, art. 4), ignorando il divieto di respingimento collettivo”.
E’ un’accusa pesante, a cui fa eco l’allarme lanciato da Anna Foa: “Il sogno dell’Europa, dopo essersi incrinato tanto profondamente vent’anni fa a Srebrenica, rischia di cancellarsi definitivamente oggi sulla frontiera di Ventimiglia”. Quella frontiera dove, tra linea dura francese e furbizia italiana, continua intanto a consumarsi la tragedia di centinaia di esuli e migranti, tanto da aver richiamato l’attenzione anche di papa Francesco. Non è la prima volta che Bergoglio scende in campo in difesa di questi disperati. Memorabile è rimasta la sua visita a Lampedusa all’inizio di luglio del 2013, quando ha richiamato i “potenti della terra” a dare risposte al grido di aiuto che arriva dagli “ultimi”. Ora è stato ancora più esplicito: “Chiedete perdono – ha esortato durante l’ultima udienza generale a San Pietro – per le istituzioni e le persone che chiudono le loro porte a gente che cerca aiuto e cerca di essere custodita”. Prima di tutto le istituzioni, dunque, perché sono le prime a dover rispondere della catastrofe che si profila. Ma anche ciascuno degli uomini, credenti e non. Un monito importante in un momento in cui, se è vero che si moltiplicano i gesti di solidarietà da parte di tanti nei confronti dei profughi, sugli scogli di Ponte Ludovico come nel piazzale della stazione Tiburtina, è altrettanto vero, però, che la maggioranza della gente, stando a diverse recenti indagini, mostra insofferenza o addirittura ostilità per la presenza dei migranti e tantissimi chiedono un blocco navale per impedire che continuino gli sbarchi.
Ma che fare, allora, se questa è l’opinione più diffusa? Forse il primo passo è cercare di vincere l’indifferenza egoista che finisce per giustificare ed anzi sollecita la “chiusura” della Fortezza Europa. Lo ha detto chiaramente Piero Terracina, uno dei pochissimi ebrei italiani superstiti di Auschwitz, in un recente incontro al Senato, sottolineando l’analogia tra “la colpevole indifferenza della comunità internazionale” che ha accompagnato la persecuzione antisemita culminata nei forni dell’Olocausto, con la “colpevole indifferenza di oggi”. E’ una battaglia difficile. Ma è l’unico modo per dare una risposta alla domanda urlata dai profughi allontanati con la forza dalla frontiera di Ventimiglia. Nella consapevolezza che lasciare questa domanda in sospeso sarebbe un colpo durissimo al nostro stesso modo di “stare insieme”. Alla cultura europea basata su libertà, uguaglianza e solidarietà. Una sconfitta dell’uomo. Come lo sono stati le due guerre mondiali, il razzismo e gli olocausti del ‘900, la Shoah.



sabato 13 giugno 2015

Guerra Politica: Non Sulla Nostra Pelle, sulla nostra Sofferenza.

Da settimane ormai assistiamo ad una vera guerriglia politica, ad un spettacolo vergognoso del uso politico dei poveri profughi nelle varie stazioni e confini dell'Italia ed Europa.
L'Europa incapace di decidere per l'accoglienza dei famosi 40 mila persone da reinsediare o ricollocazione dei profughi nei stati membri, un balletto osceno sulla pelle di chi viene a chiedere protezione e rifugio. Persone con la vita devastata da sofferenze che devono assister questo spettacolo indecoroso della politica europea sulle loro ferite sanguinanti. I politici sembrano aver perso il senso di "Umanità" discutono all'infinito sul nulla "lana Caprina" la gente soffre nelle stazioni, ai confini e nei centri di detenzione. Chiudere i confini verso il nord europa è l'ennesimo atto di egoismo e di indifferenza verso chi soffre. L'EU deve fare presto un piano credibile umanamente accettabile, rispettoso della dignità delle PERSONE. No a scelte politiche di facciata, o che lede la dignità e libertà della Persona. Questa gente ha già sofferto anche fin tropo queste scene di questi giorni devono finire a più presto. L'Europa decida e decida con un senso di civiltà ed umanità.
L'Italia dell'Emergenza cronica che si è rivelato una mana dal celo per mafiosi e criminali prestati alla politica, è ora di finirla con queste scene indegne che deturpano la dignità delle persone. Il Governo riprenda in mano tutta la situazione, apra le tante strutture abbandonate che ci sono per l'accoglienza. No a violazioni dei diritti e libertà delle persone. Sapere che dei minori profughi trattenuti illegittimamente in carcere ci addolora è ci angoscia. Persone già traumatizzate dalla loro vita in fuga da guerre e dittature, devono essere protetti, accolti, assistiti non carcerati. Ci siamo lamentati per anni contro regimi che gettano profughi e minori in carcere, ora veniamo a sapere che l'Italia si comporta ugualmente è d'averò tropo. No e No alle violazioni dei diritti della persona della sua libertà e della sua dignità, nessuna giustificazione è accettabile. No alla criminalizzazione di chi non vole restare intrappolato in italia, lasciato in pasto alle mafie che gestiscono "l'accoglienza". Italia si deve dotare di un sistema di accoglienza nazionale che si basa più sulla autogestione dei richiedenti asilo e rifugiati, non sul assistenzialismo passivo che ha fatto la fortuna della "Mafia Capitale" come le altre tante mafie che ci sono ancora in giro. L'Emergenze vere o presunte  montate ad arte per confondere le acque, cosi si ruba meglio sulla pelle dei vulnerabili tutto questo deve finire, è una indecenza che l'Italia e la Politica hanno tollerato a Lungo.
Basta !!!
don Mussie Zerai 

Profughi: bande di “scafisti” via terra anche in Italia


di Emilio Drudi

Sono più di duecento. Tutti eritrei, per lo più giovani e giovanissimi, qualche donna in stato di gravidanza, alcuni bambini. Accampati alla meglio sotto i cavalcavia tra la stazione di Roma Tiburtina, dove fermano le eleganti “frecce” dell’alta velocità, e il terminal dei bus a lunga percorrenza. Partiti dalla Sicilia, pensavano di arrivare a Milano in treno. Si sono ritrovati, invece, in questa semi periferia della Capitale, scaricati da un pullman della linea Sicilia-Roma, dopo aver pagato 150 euro per un biglietto che ne costa 37. Nessuno parla l’italiano. Pochi l’inglese, spesso solo qualche parola, il minimo per farsi capire. Sopravvivono alla meno peggio, dormendo dove capita e aiutati da altri eritrei della diaspora, che procurano un po’ di cibo e qualche indumento, li indirizzano alle mense della Caritas, cercano di raccogliere qualche euro.
Duecento non persone. Sono vittime di una nuova tratta che lucra sulla disperazione e la paura dei profughi appena sbarcati. L’ultimo capitolo del traffico di esseri umani che continua ad ampliarsi e che sta vivendo una fase di radicale, rapida riorganizzazione, in Africa come in Italia e in Europa. Con caratteristiche sempre più spiccatamente mafiose e spartizione del “territorio” tra clan.
Il filone italiano parte dalla Sicilia. Se ne è avuta un’avvisaglia mesi fa, quando a Catania sono stati arrestati alcuni eritrei che tenevano segregati una decina di minorenni, in attesa, forse, di farli arrivare, a caro prezzo, nel Nord Europa. O forse peggio. Pare fossero in collegamento diretto anche con un emissario degli scafisti, a Tripoli. Ora viene fuori una complessa organizzazione che aspetta al varco i migranti appena sbarcati. A gestirla sarebbero eritrei rinnegati. Con più basi: in pratica, una in ciascuno dei principali porti siciliani o in ciascuna città sede di un centro di accoglienza. I 200 profughi del Tiburtino, arrivati verso la fine di maggio in Italia, erano a Trapani. Hanno raccontato che, poco dopo lo sbarco, sono stati avvicinati da diversi giovani, eritrei come loro, che fingendo di volerli aiutare, hanno in realtà moltiplicato le loro paure, stimolandoli a non farsi identificare e promettendo un rapido passaggio dalla Sicilia al Nord Italia.
“Ci hanno detto – racconta un ragazzo sui vent’anni – che una volta fotosegnalati e rilasciate le impronte digitali, il futuro ci avrebbe riservato solo mesi di sofferenza e incertezza, chiusi in un campo profughi. Intrappolati per sempre in Italia, senza prospettive. Senza possibilità di ricostruirci una vita. Noi, hanno aggiunto, possiamo aiutarvi ad arrivare fino a Milano e da lì potrete tentare di varcare il confine, in modo da chiedere asilo altrove. Magari in Germania. Per il viaggio in treno da Trapani a Milano bastano 150 euro, il prezzo del biglietto. Non c’è voluto altro per convincerci. Oltre tutto, quelli si muovevano tra noi in piena libertà: nessuno li ha fermati o mandati via. Non c’erano controlli…”.
Parole suadenti, per nascondere un meccanismo che funziona solo con pagamento in contanti, in modo da non lasciare tracce. Quasi mai i migranti, appena sbarcati, hanno il denaro sufficiente, dopo il salasso di 5 o 6 mila dollari versati ai trafficanti per il viaggio dal Sudan fino in Libia e poi per la traversata del Mediterraneo. Di sicuro non ce l’hanno le famiglie, quasi sempre giovani coniugi con due, tre figli piccoli. I “passatori”, allora, chiedono che a pagare siano quei parenti o amici sui quali i profughi sanno di poter contare e che magari sperano di poter raggiungere, da qualche parte in Europa. Pagamenti non tramite banca o sportelli di money transfer, però: un incaricato si reca all’indirizzo indicato, ritira i contanti e, appena ha i soldi in mano, chiama i complici in Sicilia.
A volte ci vogliono più giorni. Ma l’organizzazione ha previsto tutto: promette un minimo di assistenza nell’attesa. “Decine di profughi – racconta AmrAdem, un ex giornalista di Asmara che sta indagando su questo traffico – sono stati condotti da Trapani o da altri porti siciliani fino a Palermo, con l’impegno che sarebbero stati ospitati in casa della persona che li aveva contattati. Per pura amicizia. In realtà, li hanno messi in qualche alloggio di fortuna o semplicemente li hanno portati in un parco, inventando un pretesto all’ultimo momento. La scusa più frequente è che il padrone di casa italiano ha saputo del loro arrivo ed ha proibito di accoglierli, minacciando di avvertire la polizia”. E il timore della polizia, della identificazione forzata, del blocco in Italia, soffoca ogni volontà di chiedere altre spiegazioni. Figurarsi di protestare.
Il viaggio non inizia se dall’emissario inviato a incassare non arriva l’ok. Ma l’ok arriva quasi sempre: 150 euro vengono considerati un cifra equa per un viaggio Sicilia-Milano in treno. La prima sorpresa si ha alla partenza. A ciascuno viene consegnato un biglietto con un nome falso. “Per prudenza”, è la giustificazione. Poi, però, anziché alla stazione ferroviaria, i profughi vengono accompagnati a quella dei pullman per Roma. Già, è Roma, non Milano, il termine della corsa, come è specificato anche nel biglietto, accanto all’indicazione del prezzo, 37 euro. Ma, a quel punto, non c’è più modo di opporsi. Anzi, qualcuno si accorge della truffa solo alla fine del viaggio, quando si scopre al terminal della Tiburtina.
Scesi dal bus, spaesati, impauriti, senza soldi per proseguire e senza conoscere e una parola d’italiano, quei giovani è come se si trovassero in pieno deserto: nessuno sa dove andare, cosa fare, dove alloggiare almeno provvisoriamente, come procurare il mangiare per i bambini. L’unico aiuto arriva da alcuni eritrei della diaspora, presenti a Roma già da tempo. Ma non è finita: chi vuole proseguire per Milano, finisce forzatamente per affidarsi ad altri clan, simili a quelli attivi in Sicilia ma del tutto autonomi, che offrono “passaggi sicuri” a pagamento, altri 150 euro a testa. Da Milano, poi, ognuno dovrebbe organizzarsi, magari rivolgendosi a una terza banda di “passatori”, per superare il confine, soprattutto al Brennero: non a caso le stazioni di Trento e Bolzano si riempiono ogni giorno di profughi.
“E’ un nuovo sistema di sfruttamento – denuncia AmrAdem – che sta mettendo radici profonde. Non mi meraviglierei se si scoprissero collegamenti con personaggi vicini al regime: questo ‘giro’ è anche un modo per individuare e controllare chi arriva in Italia, nonché scoprire magari quali agganci ha in Europa. Ogni tratta del viaggio viene gestita da un clan e solo da quello. Con una tecnica di tipo mafioso. Non mi risulta finora che la mafia o la camorra siano entrate nell’affare. Ma se il problema non viene affrontato al più presto dalle istituzioni e il giro cresce, c’è da credere che prima o poi la grande criminalità organizzata vorrà metterci mano: non manca mai di farlo, dovunque ci sia da far soldi. Quanto sta emergendo dall’inchiesta ‘Mafia Capitale’ è eloquente…”.
Di sicuro, tutte le caratteristiche dell’organizzazione mafiosa ha già la gestione del filone africano della tratta, con tanto di spartizione delle zone di attività, influenza e interessi. Numerosi indizi portano a credere che il cuore dell’organizzazione sia a Khartoum la quale, base di partenza della rotta sahariana verso la Libia e l’Egitto, sarebbe di fatto diventata una delle “capitali” del traffico di esseri umani, senza che la polizia e le forze di sicurezza muovano un dito. Già, proprio quella Khartoum che ha dato il nome al trattato che, firmato il 28 novembre 2014 tra l’Unione Europea e dieci Stati dell’Africa Orientale, affida la gestione dell’immigrazione proveniente da tutta questa vasta regione, allo stesso presidente sudanese Al Bashir e ad altri dittatori come lui: Al Sisi in Egitto, ad esempio, o Isaias Afewerki in Eritrea.
Su Khartoum si concentrano quattro filoni di fuga: dalla Siria, dallo Yemen, dall’Eritrea e dalla Somalia (magari via Etiopia), dall’Africa sub sahariana: alcune regioni del Sudan stesso (come il tormentatissimo Darfur), il Sud Sudan sconvolto dalla guerra civile, il Mali, il Ciad. Ogni filone è gestito da un clan diverso. Il trasferimento fino alla Libia, passando dal Sahara, costa almeno 2 mila dollari; altri mille e più servono per attraversare il territorio libico, fino alla costa, con un minimo di sicurezza: senza troppi rischi di incappare, cioè, in bande di sequestratori, taglieggiatori e poliziotti corrotti, pronti a pretendere tangenti e “pedaggi”; da 2 a 3 mila dollari, infine, vanno versati per trovare un posto su un barcone degli scafisti. Una conferma che dietro questa odissea ci sia un’unica organizzazione viene da diversi testimoni, sicuri di aver notato intermediari sudanesi nei punti d’imbarco.
Il viaggio dura mesi e mesi. A volte ce ne vogliono tre, quattro, anche cinque di attesa solo per imbarcarsi. Un tempo infinito, che i migranti passano stipati in capannoni e strutture isolate, rigidamente controllate, poco lontano dalla spiaggia. In condizioni disumane, come emerge dalle foto e da brevi filmati “rubati” e trasmessi con telefoni cellulari sfuggiti all’ispezione degli aguzzini. Non solo. Da quando lo Stato Islamico ha esteso le sue mire sulla Libia, le cose si sono ulteriormente complicate. Gli itinerari sono stati modificati per evitare le zone controllate dalle milizie fedeli al califfo Al Bagdhadi, ma non c’è una linea di demarcazione precisa: le bande spostano continuamenteil raggio d’azione e si può comunque finire nei loro checkpoint, essere catturati, ricattati, non di rado uccisi. Per chi può pagare, tuttavia, da qualche tempo ci sarebbero vie più sicure: al costo di 10/11 mila dollari alcuni clan pare promettano di far arrivare da Khartoum in Italia nel giro di 15 o al massimo 20 giorni, senza troppi pericoli. Una sorta di via di fuga express.
Il giro d’affari è enorme. Nel 2014 sono arrivati in Europa circa 280 mila profughi. Calcolando un “ticket” di 5 mila dollari di media a testa, si arriva a 1,4 miliardi. E il trend continua a crescere. Nei primi cinque mesi di quest’anno, dalla rotta del Mediterraneo centrale, dalla Libia verso l’Italia, sono sbarcati oltre 46 mila migranti e richiedenti asilo. Da quella del Mediterraneo orientale, dalla Turchia verso la Grecia, più di 32 mila. Totale: almeno 78 mila, con un business variamente ripartito di quasi 400 milioni di dollari. Senza contare gli arrivi della rotta del Mediterraneo occidentale verso la Spagna, di quella atlantica fino alle Canarie e di quella balcanica via terra, fino al cuore stesso dell’Unione Europea.

“E’ un traffico, questo degli esseri umani – denuncia don Mosè Zerai, presidente dell’agenzia Habeshia – che rende, ormai, come e più della droga e delle armi. Anzi, spesso serve a miliziani e gruppi terroristi come lucrosa forma di auto finanziamento proprio per procurarsi armi di ogni tipo, anche pesanti, e alimentare la guerra. Ma pensare di riuscire a fermarlo con operazioni militari o esternalizzando i confini europei, spostandoli sempre più a sud, è soltanto un’illusione. Peggio: un inganno. L’unica soluzione possibile per stroncare questo mercato è l’apertura di vie di immigrazione legali: quei ‘canali umanitari’ che da anni chiedono istituzioni come il Commissariato Onu peri rifugiati (Unhcr), l’Organizzazione internazionale perle migrazioni (Oim), associazioni di grande prestigio come Amnesty o Medici senza Frontiere o Medici per i diritti umani. Chiunque, in una parola, voglia dare risposte a questa catastrofe umanitaria privilegiando i problemi, la tragedia di quanti sono costretti a fuggire dal proprio paese. Non l’egoismo, le paure immotivate della Fortezza Europa”.

L’Is contro i cristiani: 9 i testimoni braccati in Libia


di Emilio Drudi

Sono nascosti in una località segreta. Chi li sta aiutando rifiuta con fermezza di farne parola, nel timore che anche il più piccolo indizio possa favorire le ricerche dei miliziani dello Stato Islamico, decisi a fargliela pagare per averli “sfidati” con la loro evasione: testimoni scomodi da togliere di mezzo. Sono i tre giovani profughi scappati poche ore dopo essere stati catturati in Libia, insieme a 83 compagni,all’inizio di giugno. Con loro salgono a nove i fuggiaschi a cui l’Is sta dando la caccia in tutti i villaggi disseminati sulle strade che dal Fezzan puntano verso Tripoli e, a ovest, fino a ridosso del confine con la Tunisia. Gli altri sono i cinque sfuggiti al sequestro del 7 marzo e un sesto giovane eritreo che, a sua volta evaso, si è unito a loro durante la fuga.
Marzo e giugno: due sequestri fotocopia. Per le modalità, le circostanze, la ferocia. E, soprattutto, perché sembrano obbedire a una persecuzione contro i cristiani. Il gruppo bloccato in marzo era di 80 persone: ben 57 di loro (49 eritrei e 8 etiopi) sono stati uccisi nel giro di poche ore, sotto gli occhi dei superstiti, costretti ad assistere all’esecuzione: 14 decapitati su una spiaggia, gli altri massacrati in massa nel deserto,con un colpo alla nuca, per aver rifiutato di convertirsi all’Islam. Gli 86 presi qualche giorno fa sono eritrei: la maggioranza viene da Adi Keyh, una delle città dove è più forte e attiva l’opposizione al regime di Asmara. Tutti giovani e tutti cristiani. Anzi, selezionati dai sequestratori proprio perché cristiani. Li hanno bloccati la mattina del 3 giugno. Inizialmente non se ne è saputo nulla: nella situazione totalmente fuori controllo della Libia, dove non ci sono più istituzioni credibili e in grado di esercitare un minimo di giurisdizione sul territorio, decine, centinaia di persone possono sparire senza lasciare traccia e senza che qualcuno se ne preoccupi. La notizia è trapelata soltanto tre giorni dopo e solo grazie al racconto dei tre ragazzi che sono riusciti a scappare: vittime e testimoni nello stesso tempo, proprio come è accaduto con il caso di marzo, rimasto sconosciuto fino a che i cinque evasi non hanno dato l’allarme.
I particolari della cattura e dell’evasione sono stati riferiti dai fuggiaschi a Meron Estefanos, una giornalista di Asmara esule in Svezia, attivista per i diritti umani e co-fondatrice della Commissione per i rifugiati eritrei a Stoccolma, raggiunta con un cellulare grazie all’aiuto di una piccola Ong che opera in Libia. Meron Estefanos ha poi diffuso l’informazione in tutta Europa: quasi un Sos per la sorte dei sequestrati, tra cui ci sono dodici donne e bambini e che, al momento, non si sa dove siano finiti né, addirittura, se siano ancora tutti in vita.
I tre ragazzi e gli altri 83 ostaggi facevano parte di un gruppo molto più grande di migranti: circa 200 tra eritrei, somali e sudanesi. Viaggiavano su due camion stracarichi, uno dei tanti convogli organizzati dai trafficanti lungo la “rotta” che dal Sudan, attraverso il Sahara e la Libia, porta alla costa mediterranea. Erano a buon punto, con gran parte del deserto e il confine libico ormai alle spalle, quando sono caduti nell’imboscata dell’Is. I trafficanti, in genere, cercano di evitare le zone controllate dai fedeli del Califfato. Non c’è, però, una linea di demarcazione precisa e le milizie fondamentaliste estendono continuamente il loro raggio d’azione. Di recente hanno conquistato Harawa, un villaggio situato circa 70 chilometri a est di Sirte, vitale per il controllo delle strade che conducono ai maggiori terminali petroliferi di AsSidr e Ras Lanuf. Verso ovest hanno stabilito una solida cellula a Sabratah mentre a sud sono arrivati sino al distretto di Jufra. Forse proprio da qui veniva la banda dei sequestratori.
Il primo camion è riuscito a passare, l’altro è stato fermato. Tutti quelli che erano a bordo sono stati costretti a scendere. Ed è cominciata una selezione atroce: ai prigionieri è stato imposto una specie di test sul Corano per provare chi era mussulmano e chi no. Somali e sudanesi, di religione islamica, sono stati lasciati andare. Per gli 86 eritrei, cristiani copti di rito cattolico o ortodosso, non c’è stato scampo: li hanno raggruppati e portati via. Non si sa dove. E’ stato durante questo trasferimento che i tre fuggiaschi sono riusciti a eclissarsi: approfittando di un rallentamento, si sono gettati giù dal camion su cui li avevano ammassati, anticipando la reazione dei carcerieri. Poi hanno camminato, corso per ore,fino a trovare rifugio in un villaggio: da qui hanno dato l’allarme, mettendosi in contatto con la Commissione per i rifugiati eritrei a Stoccolma.
“Sono nascosti, ma in grave pericolo – dice Meron Estefanos – Le persone che li ospitano non sanno che sono evasi da una banda dello Stato Islamico, che ora li sta cercando. C’è da ritenere che, se lo scopriranno, non vorranno più aiutarli ed anzi li costringeranno ad andarsene. E’ già accaduto altre volte, per paura di rappresaglie. Ma se li riprendono, per questi ragazzi, gli unici testimoni di quanto è accaduto, non c’è scampo. Per questo stiamo cercando un nascondiglio più sicuro. Magari insieme ai sei protagonisti dell’altra fuga”.
Questi sei, dopo essere rimasti bloccati per alcuni giorni al confine tra Libia e Tunisia, nella vana attesa di un visto per superare il posto di frontiera di Ras Ghair, sono stati trasferiti in un alloggio messo a disposizione provvisoriamente dalle autorità libiche del governo di Tripoli. Anche in questo caso c’è uno stretto riserbo sulla località esatta, per motivi di sicurezza. Nel frattempo la Commissione di Stoccolma, l’agenzia Habeshia di don Mussie Zerai ed altre organizzazioni della diaspora si sono rivolte al ministero degli esteri italiano, alla Francia e alla Svizzera per ottenere in loro favore un visto speciale come richiedenti asilo, d’intesa con il Commissariato dell’Onu per i rifugiati. La richiesta è stata ora estesa agli ultimi tre fuggiaschi. La speranza è che si aprauna “porta” prima possibile: ogni giorno che passa è una scommessa con la morte.
“La nostra preoccupazione – dice don Zerai – è al momento portare in salvo questi nove ragazzi, gli unici testimoni di quanto è accaduto. Sono stati loro ad avvertirci dei due rapimenti. Non appena saranno al sicuro, torneremo ad ascoltarli con calma, per comprendere meglio la situazione di quelli che sono rimasti nelle mani dell’Is. Il rapporto tra i trafficanti di esseri umani e lo Stato Islamico in Libia è difficile da descrivere. A volte è di complicità. Altre volte, invece, i miliziani rapiscono gruppi di migrati che si erano affidati ai trafficanti per estorcere loro altri soldi. Ci sono, insomma, dei momenti in cui gruppi che si richiamano all’Is si alleano con altre milizie libiche o con i trafficanti stessi, chiedendo un pedaggio per far passare i convogli. Nel caso dei sequestri di marzo e del 3 giugno, invece, hanno bloccato i camion carichi di profughi forse per un atto dimostrativo, nell’ambito di una strategia di propaganda anti cristiana. Si tratta di capire perché. I cristiani eritrei ed etiopici frequentano le comunità copte egiziane. Chissà: magari l’Is li prende di mira perché li vedono in rapporto con gli egiziani. Di sicuro, dopo la strage di marzo, l’idea che 83 disperati siano in balia dei miliziani di Al Baghdati, presi in ostaggio proprio perché cristiani, riempie di inquietudine e angoscia”.

Un’angoscia moltiplicata dal fatto che di quei profughi non si sa più nulla da quando sono stati rapiti. Nulla sul luogo dove sono stati portati. Nulla sulla sorte che stanno vivendo. Sono spariti e basta. L’Is non ha nemmeno comunicato di averli catturati. Un silenzio lacerante. Anche il sequestro del 7 marzo è stato tenuto segreto per oltre un mese, fino a metà aprile, quando sono state diffuse attraverso il web le immagini atroci dell’esecuzione di massa, con le vittime costrette in ginocchio davanti ai loro carnefici. Per questo è un silenzio lacerante. Insopportabile. E’ in gioco il destino di 83 persone: giovani eritrei fuggiti per inseguire un sogno di libertà che ora rischiano di pagare con la vita. Proprio mentre l’Onu sta per presentare un rapporto sulla sistematica violazione dei diritti umani contro il regime che li ha costretti a lasciare il paese, pur sapendo quali gravi rischi avrebbero dovuto affrontare.

Roma: minori stranieri trattenuti nel carcere Regina Coeli per essere identificati

Comunicato stampa

Roma: minori stranieri trattenuti nel carcere Regina Coeli per essere identificati

ASGI e Antigone:  grave e illegittimo . Il Governo riferisca in Parlamento.

Le Associazioni Antigone e ASGI (Associazione Studi Giuridici Immigrazione) esprimono forte preoccupazione per la prassi adottata dalle Autorità italiane di trattenere presso le carceri e i centri di identificazione potenziali richiedenti asilo, anche minorenni, per le procedure di identificazione e di accertamento dell’età.

La scorsa settimana, volontari delle Associazioni Antigone e ASGI hanno incontrato presso la Casa Circondariale di Regina Coeli alcuni minori somaliche intendevano richiedere protezione internazionale in Francia. Anche a seguito del rilievo delle due Associazioni i minori sono stati immediatamente rilasciati.

Resta però la gravità dell’accaduto.

Trattenere minorenni, per di più che fuggono da guerre e conflitti interni, presso un istituto di pena destinato ai maggiorenni è contrario al buon senso prima ancora che al diritto, anche qualora questi non intendano presentare domanda di protezione internazionale in Italia.

Chiediamo al Governo di riferire sull’accaduto in Parlamento e di porre fine a questa prassi illegittima.

Roma, 11 giugno 2015



Per informazioni

Silvia Canciani – Ufficio stampa ASGI – 3894988460 – info@asgi.it

Andrea Oleandri – Ufficio stampa Antigone –  ufficiostampa@associazioneantigone.it

sabato 30 maggio 2015

NO ALLA MILITARIZZAZIONE DEI CENTRI DI PRIMA ACCOGLIENZA

NO ALLA MILITARIZZAZIONE DEI CENTRI DI PRIMA ACCOGLIENZA-
DIFENDIAMO I DIRITTI FONDAMENTALI DELLE PERSONE DOPO LO SBARCO -
OGNUNO SI ASSUMA LE PROPRIE RESPONSABILITÀ DI FRONTE AI NUOVI MURI CHE SI ALZANO ATTORNO AI MIGRANTI.
Da tempo non ricorrevo alle mail per denunciare una situazione che si aggrava ogni giorno di più. Ben prima che l’Unione Europea abbia assunto decisioni formali e condivise ( se ne parlerà al Consiglio dei ministri del 15 giugno ed al Consiglio Europeo del 26 giugno), alcuni punti dell’Agenda sull’immigrazione presentata dalla Commissione vengono attuati. Mentre sembra lontana l’approvazione delle proposte di intervento in Libia presentate dalla Commissaria UE Mogherini su proposta del governo Renzi (  e tutto questo all’indomani della più grande strage del Mediterraneo, di cui non parla più nessuno, se non per farsi propaganda), in Sicilia si sta completando la militarizzazione del sistema di prima accoglienza, con l’arrivo di funzionari Frontex  ( e sembra anche di EASO ed Europol) che avrebbero aperto una sede a Pozzallo, in quello che dovrebbe essere un centro di primo soccorso ed accoglienza ( CPSA), in attesa di insediarsi nella sede operativa, un monastero, messo a disposizione a Catania dal sindaco Enzo Bianco.
Con questo messaggio vi chiedo nei limiti delle vostre possibilità di monitorare una situazione che nelle prossime settimane sfuggirà al controllo di chiunque voglia affrontare con misure di polizia un afflusso tanto massiccio di profughi, in prevalenza eritrei, dalla Libia, ma anche dall’Egitto, tutte persone molto provate, disperate dopo mesi di segregazione e violenze nei paesi di transito. Monitorare per capire quello che succede davvero all'interno delle strutture di accoglienza trasformate in luoghi di trattenimento, ed intervenire con i mezzi di cui ciascuno dispone, ovunque possibile, a qualunque livello ed in qualunque sede.
Occorre monitorare innanzitutto quello che succederà nel CPSA di Pozzallo, ma verificare anche le procedure amministrative, i casi di detenzione arbitraria al fine di prelevare con la forza le impronte digitali, ed i possibili abusi inflitti a persone, già duramente provate, dopo lo sbarco in Italia. Dalle notizie di oggi, oltre ad un massiccio sbarco a Pozzallo ( oltre 900 persone) apprendiamo di centinaia di migranti sbarcati a Cagliari ed a Crotone, luoghi nei quali già i passato la prima accoglienza si è trasformata in detenzione. E oltre a Pozzallo, la situazione sarà incandescente in tutti i centri di prima accoglienza, ed anche nei CARA come quello di Mineo, quando dovessero essere utilizzati in parte per la prima accoglienza ( come è già successo).
Vi ringrazio per l’attenzione e per l’impegno che potrete profondere per garantire almeno il rispetto dei diritti fondamentali delle persone sottoposte ad un regime di polizia piuttosto che accolte in un sistema di accoglienza efficiente e dignitoso. Non ripeto le rituali considerazioni sulla necessità di fare rete, generalmente chi si esercita in questi richiami rituali si piega al silenzio ed al compromesso quando si tratta di denunciare abusi posti in essere da attori istituzionali. Potremo anche proseguire in piccoli gruppi, con determinazione e consapevolezza dei nostri limiti, ma non ci piegheremo a calcoli di convenienza o a minacce più o meno velate.
Palermo 30 maggio 2015
Fulvio Vassallo Paleologo
Associazione “L’Altro Diritto Sicilia”- Clinica legale per i diritti umani dell’Università di Palermo
Si allegano alcuni link utili per una maggiore documentazione